UPHILL di Shang-Chi Sun. Celarsi dietro l’invisibile

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Una musica dal tempo striato, misurato e ben scandito del compositore tedesco Jörg Ritzenhoff. Una musica che attacca in scena pulsante e meccanica. Il corpo di Martyn Garside giace disteso sulla parte destra del palcoscenico: lentamente, come se fosse mosso da una forza esterna, prende vita partendo dalle dita delle mani per poi passare alle braccia, alle gambe, fino a coinvolgere il busto. Un secondo contatto, dopo quello originario con il suolo, si attiva con l’ingresso di un altro interprete, David Essing. Un contatto sottile e delicato che si rafforza quando entra in scena Shang-Chi Sun, coreografo di Uphill. Il danzatore taiwanese, ora stabile a Berlino, fonda la Compagnia Shang-Chi Sun nel 2007, studia danza classica e contemporanea all’Accademia Nazionale delle Arti di Taipei e si laurea presso la Ernst Bush University. Rinomato all’estero, Shang-Chi Sun, ha collaborato anche con diverse compagnie internazionali come Sasha Waltz & Guests, Nürnberg Dance Theatre, Cloud Gate Dance Theatre di Taiwan e Balletto Teatro di Torino. Nella prima nazionale di Uphill, andata in scena al Teatro Duse di Bologna il 10 dicembre all’interno del progetto artistico di Fabrizio Favale, CIRCO MASSIMO – The Expanded Duse Mistery Dance Edition, che proseguirà con Ossidiana (28 gennaio, ore 21) e Robinson (26 febbraio, ore 21), il danzatore inizia una partitura coreografica lenta e precisa, ricca di pause e sospensioni che vanno a creare un contrasto con il ritmo irrequieto e martellante della colonna sonora.

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Uphill – credits Ping Hsu

I tre interpreti sono tutti in scena. Indossano dei pantaloni scuri e una semplice t-shirt monocromatica. Utilizzano lo spazio, essenziale e geometrico, creato dalle luci e dai corpi in movimento, dai vuoti che si formano nella dinamicità della performance. Shang-Chi Sun taglia l’aria con velocità ed estrema precisione, come a simulare un combattimento. Si percepisce subito una forte tecnica che contamina la danza contemporanea con le arti marziali. Il controllo della gestualità, il contatto tra esterno e interno, la relazione e la distinzione tra il vuoto e il pieno, lo scorrere continuo di una forza misurata e ininterrotta, fanno sentire l’influenza del tai chi. I performer giocano con diverse tattilità per andare a formare un scatola unica, pulsante, apparentemente aliena. Si sostengono tra di loro attraverso le sole giunture, con i gomiti, i polsi, arrivando fino ad avere come unico appoggio la testa dell’altro. Ad aumentare la tensione si aggiungono le luci stroboscopiche che irrompono per qualche minuto in platea. I danzatori sono percorsi da un’energia che sembra restare celata. Inaspettatamente, piomba il silenzio. La musica viene sostituita da sospiri e gemiti, versi che sprigionano un’umanità e fisicità fino a ora nascosta dall’artificiosità del disegno sonoro. Gli interpreti si intrecciano fluidi, si sollevano mentre sono plasmati da un’atmosfera palpabile, densa, che li circonda senza mai sopraffarli. Tutto è materia: l’aria, la musica, le scie lasciate dai moti. I muscoli si estendono fino al loro limite, continuando l’esplorazione dell’altro attraverso contatti mai casuali.

La coreografia si ripete ma cambia di continuo, non è mai la stessa, un richiamo alla ciclicità della natura voluto da Shang-Chi Sun. Il silenzio viene spezzato, riparte il ritmo incessante e incalzante, a cui lo spettatore ormai è abituato, che porta via la tensione iniziale. Il coreografo avanza verso i due danzatori, le sue gambe vibrano, si sposta in avanti come un giocattolo caricato a molla; lo sollevano, tentano un’interazione. Se all’inizio sembra trattenuta, ora la performance diventa un’esplosione di energie. Si delinea un gioco di percezioni che si diverte ad alimentare la potenza trasmessa dallo spettacolo. I corpi nella penombra lentamente esauriscono il movimento, un movimento “in salita” che ancora sembra lasciare qualcosa di impalpabile e invisibile.

 Camilla Guarino

 

 


 

Teatro Duse (Bologna) – giovedì 10 dicembre 2015

 

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