L’OOOOOOO di un acrobata in disequilibrio

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«Tutti hanno sognato di essere nudi». Questa è la frase che, proiettata sul fondo della scena, apre lo spettacolo OOOOOOO(IT) di Giulio D’Anna visto il 20 gennaio al Teatro Comunale Laura Betti di Casalecchio. I danzatori indossano tutti della biancheria intima. Hanno tutti avuto una relazione fallita. Hanno un’età media sotto i trent’anni. Sei sono fragili e quattro forti. Nessuno è religioso. I dati personali dei performer uniti a quelli statistici italiani scorrono sul fondale nero mentre sulla scena cominciano ad affiorare le drammatiche vicende degli interpreti. Il coreografo marchigiano, laureato in Danza e Coreografia presso l’Università delle arti di Amsterdam, fonde diversi linguaggi teatrali: canto, recitazione e danza si uniscono per tradurre attraverso un’espressività inedita dramma, desiderio e umorismo. Lo spettacolo è la versione italiana dell’omonimo progetto vincitore dell’azione Anticorpi XL CollaborAction 2013. Le sette “O” che formano il titolo della performance, seguite da un “(IT)” per distinguere il lavoro da quello olandese (debuttato in Italia nel 2013 al Teatro Annibal Caro di Civitanova Marche e con una “O” in più), corrispondono al numero degli interpreti. Nel 2014 D’Anna ha deciso di riproporre lo spettacolo collaborando con sette componenti della compagnia milanese Fattoria Vittadini, gruppo di performer nato nel 2009 dopo l’esperienza formativa all’Atelier di teatro-danza della Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi.
Le storie dei danzatori vengono
presentate attraverso due modalità che procedono parallelamente: la sintesi statistica e la sua elaborazione scenica. Il fondale diventa, dunque, lo specchio grafico dell’azione teatrale. L’artista si ispira al museo delle Relazioni Interrotte di Zagabria, all’interno del quale gli oggetti di una storia d’amore finita a causa di un abbandono, di una malattia, della morte, che hanno colpito la maggior parte di noi almeno una volta nella vita, vengono trasformati in cimeli artistici con l’intenzione di superare in questo modo il trauma della separazione.

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foto di Carola Ducoli

Una donna si avvicina al pianoforte, unico oggetto in scena, suonando e intonando la prima nota, la nota che fa partire l’accordatura vocale, fisica e narrativa che dal comico si spinge verso una drammaticità sottile nascosta dietro al format del musical postmoderno. Dopo un preludio cantato in coro, i danzatori si succedono uno alla volta per raccontare le loro esperienze: si denudano, si sfogano, si liberano di un passato difficile esorcizzando i propri demoni che instancabili cercano di riemergere.
I compagni sostengono a turno i corpi dei protagonisti che comunicano attraverso molteplici forme artistiche. Si passa dalla retorica compulsiva di una donna lasciata dal suo ragazzo che non riesce a non parlare di lui perfino all’interno del suo spettacolo, al canto genuino e a volte stonato di una ragazza che, in equilibrio su un filo creato dai corpi dei compagni, cerca stabilità.
Nello spettacolo non manca la perdita di un familiare, di un padre, raccontata a testa in giù da una danzatrice che, passando dai diversi corpi saldi, uniti e forti degli interpreti, fluttua come un’onda nella tempesta. Vengono accennati temi attuali come l’aborto, il bullismo, la violenza nella relazione di coppia e l’omosessualità. Quest’ultima prende forma in un passo a due in cui si alternano amore e tensione, abbracci e scontri. Abbracci densi ma che non trattengono altro se non il vuoto, l’assenza; abbracci che soffocano, stringono sempre di più come una morsa.
Il lavoro nella parte centrale potrebbe risultare ridondante per la ripetizione insistente di concetti e situazioni sceniche, ma D’Anna trova il modo per far crescere costantemente la tensione che esplode in una sequenza corale, in rito catartico. I corpi in continua ricerca dell’altro si sfogano scontrandosi pancia contro pancia, la rabbia e la forza si traduce visivamente quando il gruppo comincia a tenere il ritmo sulla propria pelle, schiaffeggiandosi e cantando in loop “I don’t mind the pain”, non mi importa del dolore, fino a farsi arrossare tutto il corpo, fino a rendere visibile allo spettatore almeno una microscopica parte della loro sofferenza. Si assiste a una continua ricerca di identità non trovate o smarrite nella perdita dell’altro, una ricerca di equilibri che oscillano tra bisogno e desiderio.

Amore vorrei non averti mai incontrato.
Qualcuno mi può insegnare a dimenticare?
Tutti hanno subito una perdita improvvisa…

Camilla Guarino

TEATRO COMUNALE LAURA BETTI (CASALECCHIO) – 20 gennaio 2016

 

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