BLAUBART di Pina Bausch. Amore, attrazione, distruzione

La storia inquietante e conturbante di un uomo e di una donna, di tante donne. La storia crudele di un principe malvagio e delle sue mogli nascoste in una stanza. Una storia che straborda di dolore e che ambisce alla ribellione. La storia di Blaubart. Beim Anhören einer Tonbandaufnahme von Béla Bartóks Oper “Herzog Blaubarts Burg” (Barbablù. Ascoltando una registrazione dell’opera di Béla Bartók “Il castello del duca Barbablù”), un lavoro di Pina Bausch (1940-2009) che ha debuttato l’8 gennaio 1977 al Wuppertal Opera House. Lo spettacolo riprende, appunto, l’opera lirica Il castello del duca Barbablù di Bartók del 1911 (composta su libretto di Béla Balázs) e la fiaba di Charles Perrault rielaborata poi dai famosi linguisti e filologi tedeschi, i fratelli Grimm.
I protagonisti sono Barbablù e Judith, interpretati da Jan Minarik e Beatrice Libonati (coppia storica del Tanztheater Wuppertal), o meglio, i numerosi Barbablù e le numerose Judith, i tanti doppi che invadono una stanza bianca (ideata da Rolf Borzik), le proiezioni di un uomo e di una donna, le mille sfaccettature di una relazione malata e complicata. Siamo in un ambiente claustrofobico in cui sembra non passi l’aria, in cui il tempo non esiste perché è il principe a decidere la tempistica delle azioni, dei ricordi e della musica. La stanza non è una semplice stanza, ma è una scatola soffocante in cui le mogli, con i loro abiti ingombranti e antiquati, sembrano coperte da un velo polveroso, come se fossero ninnoli dimenticati su un comodino. Le foglie secche, impotenti come Judith davanti a suo marito, ricoprono il pavimento e restano attaccate ai vestiti o ai capelli enfatizzando il tema della morte. In scena c’è una sedia e un carrello sul quale è appoggiato un magnetofono manipolato da Barbablù che, ossessionato dalla musica, ha bisogno di imporsi anche sul flusso inesorabile di quelle note decidendo quando possono cominciare o quando devono tornare indietro. La figura maschile domina in tutto lo spettacolo, stabilisce il tempo della performance, spezza la colonna sonora così come spezza l’anima e la vita delle mogli. Gli interpreti rispecchiano perfettamente questo gioco degli opposti non solo espressivamente ma anche fisicamente, lei minuta e bassa, lui alto e grande. Se Barbablù è un ammaliatore che tenta di sedurre anche una bambola, Judith spera di essere apprezzata tentando un contatto fisico e cercando di attirare lo sguardo del suo amato. Viene messa in mostra la virilità dell’uomo che si contrappone alla fragilità di una donna incapace di abbandonare suo marito, anche se disumano e crudele. Un rapporto inquietante, tendente al sadomasochismo, in cui la figura femminile sembra sparire quando si mimetizza con l’ambiente appendendosi alle pareti e quando, impacciata e goffa, indossa tanti vestiti trasformandosi in un grosso manichino.

Gli abiti sono ciò che resta, sono il vuoto lasciato dalla morte, e il principe li raccoglie per infilarli tutti addosso a sua moglie, quasi a voler dire che lei rappresenta la sintesi degli amori precedenti. Judith si trasforma in un fantoccio gigante che limita i movimenti e che esprime in pieno l’impossibilità di poter scappare anche dopo aver scoperto il lato più oscuro di suo marito.
Pina Bausch, pioniera del teatro danza tedesco, costruisce i suoi lavori con i danzatori, fa partire il movimento da voci interiori, intime, che trasformano il performer in autore di se stesso. La coreografa si pone come regista di vissuti riuscendo, quindi, a creare facilmente un legame empatico con il pubblico, un legame che diventa più profondo man mano che va avanti lo spettacolo. Blaubart è un viaggio estenuante, fatto di ripetizioni, a volte sembra tornare indietro per ricominciare. Le parti coreografate sono intrise di significato, il movimento non è mai fine a se stesso ma continua a raccontare un amore bacato, fatto di rincorse, inseguimenti, abbracci non ricambiati, attrazioni perverse, violenze fisiche e devastazioni interiori. Così intervengono le voci, come spesso capita nella poetica della danzatrice tedesca. Le parole divengono suoni onomatopeici, urla disperate, risate isteriche che si sciolgono in gemiti, sospiri. Silenzi spaventosi, letali. Silenzi spezzati dall’unica frase percepibile in questo scenario angosciante e lacerante: «Ich liebe dich». Un ti amo urlato da Judith che, tra i suoi turbamenti, sembra ritrovare la lucidità e il controllo in quell’istante. E, inevitabilmente, ci si accorge che i versi della donna sono il risultato delle lacrime represse che adesso iniziano a sgorgare in un pianto intimo, delicato, straziante, che invece di esplodere di dolore penetra silenziosamente nella pelle dello spettatore.
L’atmosfera si fa grottesca: le figure maschili ostentano virilità, togliendosi l’abito nero e la camicia bianca per diventare culturisti in mutande di velluto colorate; i doppi femminili si fermano ad adulare e toccare i numerosi Blaubart. Un’estetica tragicomica che cade fatalmente nell’orrore, un’estetica che forse vuole sciorinare i luoghi comuni, la contemporaneità, il quotidiano: la tendenza dell’uomo a sentirsi superiore e della donna ad accettare la sua inferiorità; il desiderio di mostrare la vuotezza dei corpi mediatici.

La scena cambia ancora, gli interpreti, in camicia da notte, desacralizzano la purezza del letto matrimoniale, il biancore delle lenzuola che vengono sbattute brutalmente a terra. Le stesse lenzuola con cui il principe lancia e trasporta Judith come se fosse un sacco da portare sulle spalle. Le sedie poi si moltiplicano, le donne si siedono, gli uomini a loro volta si accomodano sulle mogli che scivolando di lato appoggiano il busto al pavimento tra la quiete delle foglie secche.
Nel finale si ripropongono alcuni momenti dello spettacolo e Barbablù striscia portando con sé il fantoccio di Judith, un fantoccio arreso, inerme, apparentemente senza vita. Così, le proiezioni ripercorrono i ricordi e la storia di un principe che cerca di trattenere la sua principessa. Non c’è neanche più la musica ma ci sono solo immagini per l’ennesima volta ripetute. Fotografie di una muta esplosione di memorie, di sensazioni. Restano la confusione, lo stordimento, il dolore, la rassegnazione, le reminiscenze e un pauroso alone sepolcrale.

«C’è differenza se a occhi chiusi guardiamo in avanti o in basso. Tutto ha valore. Ogni dettaglio è importante». Così direbbe Pina Bausch e così è. L’attenzione spasmodica ai dettagli è la vera essenza della poetica di una coreografa andata via prematuramente, quando ancora avevamo bisogno di lei, e che ha tentato (riuscendoci) di raccontare le relazioni quotidiane, le sfumature di cui normalmente non ci accorgiamo, costringendoci ogni volta a guardarle e riguardarle. Questa è una danza ingorda di vissuti, brulicante di umanità, bisognosa di sensazioni, desiderosa di emozioni. È un’arte che indaga, parte dal mondo interiore del singolo individuo, del singolo danzatore, per sfociare all’esterno. Blaubart, come la maggior parte dei lavori di Pina Bausch, è energia primordiale, è un anelito amoroso che ci rende vivi, che ci fa ridere e che ci fa piangere davanti alla storia dell’essere umano, davanti alla storia di tutti.

Alessandra Corsini


Registrazione dello spettacolo dal vivo vista su Maratona d’Estate. Blaubart, reperita nella videoteca del Dipartimento delle Arti di Bologna

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