Il Balletto dell’Opera di Rhin: un Neoclassico che brilla di luce riflessa

Schermata 2016-02-23 alle 18.21.30Coreografare gli appassionati brani che compongono Without, per Benjamin Millepied, deve essere stata impresa semplice. Tutto d’un fiato forse. Ben impresso nella mente, uno schema a colori preciso che da pura idea si è fatto dinamica con gli eccellenti danzatori della sua compagnia personale, Danses Concertantes, a New York nel 2008, e del Mariinsky in seguito.
Quella sera, la prima al Teatro Comunale di Bologna, abbiamo aspettato invece il
Ballet de l’Opéra National du Rhin: è subito buio. Ed è subito Chopin. Quelle musiche, così profonde e travolgenti che sono i Preludi, i Notturni e gli Studi, sono brevi composizioni che qualunque danzatore ha usato almeno una volta per il suo riscaldamento. L’accompagnamento ideale al movimento, per ritmo e ampio respiro.

Attimi di insieme, assoli e cinque passi a due si susseguono e ci presentano dieci danzatori con fisicità diverse: il fondale è composto da veli e -da qui- appaiono inaspettatamente i loro corpi che alternandosi svaniscono come in dissolvenze sfumate grazie agli effetti delle gonne in tulle leggero.
I cinque colori dei costumi richiamano – come nei Gioielli di George Balanchine – sentimenti che Millepied rende coreografia passando per le tonalità della musica di Chopin: dalla freschezza dell’arancio, alla nostalgia del verde. Quasi uno studio analitico sulla psicologia del suono, in cui ogni coppia sta al colore come ogni movimento sta alla nota. Una purezza e simmetria che solo la tecnica accademica e balanchiniana, pulite e precise, possono raggiungere.

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La totale assenza, però, di sospiri nel grave preludio n°4 e i movimenti singhiozzati e superficiali delle nuove leve del Balletto di Rhin hanno sciupato ma non del tutto affievolito la bellezza della coreografia. Corpi forse ancora troppo acerbi dove il classico impone invece la sua disciplina senza pietà sull’imperfezione, nonostante le ibridazioni a tratti con il contemporaneo. Intanto, regnava il vociare del pubblico, ammutolito solo davanti alla danzatrice in rosso per costume e per passionalità, unica nell’anticipare il tocco caldo del pianoforte.
Ma tutto è troppo sfuggevole, corto e ben piantato a terra. Più adatto certamente alla vivace coreografia del 1966 di Mario Pistoni,
La strada, ispirata all’omonimo capolavoro felliniano e qui riproposta dal nipote Guido. unspecified3L’amara vicenda dell’ingenua Gelsomina e del rozzo Zampanò, artista di strada che la inizia alla vita circense, straborda di colori anni ’60 e dà vita a un riuscito confronto con la ricchezza delle scene e con l’espressività e il brio della giovane compagnia. Una speciale menzione va al “Matto”, il violinista esuberante che conquista le simpatie e la fiducia di Gelsomina, merito forse dei suoi esplosivi tour en l’air. Il risultato finale tanto deve alle musiche di Nino Rota e alla cura per il dettaglio di Mario Pistoni: una piccola Giselle senza secondo atto. Una bambina fragile e abbandonata, un po’ come le arabesque e i movimenti dei giovani danzatori.

Alice Murtas


 Teatro Comunale di Bologna, 17 febbraio 2016

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