Intervista a CRISTIANA MORGANTI. La profondità delle immagini in movimento

Dopo una lunga carriera nel Tanztheater Wuppertal, rinomata compagnia di Pina Bausch, la danzatrice italiana Cristiana Morganti decide di iniziare un proprio percorso con lo spettacolo Jessica and me, di cui è autrice e interprete. L’abbiamo incontrata al Teatro Comunale Laura Betti di Casalecchio di Reno il giorno prima della rappresentazione e ci ha raccontato il suo nuovo lavoro, la sua svolta artistica e non solo. Morganti dimostra di essere una performer che ha acquisito una grande consapevolezza grazie ai tanti anni di esperienza professionale che, inevitabilmente, continuano a influenzare il suo presente. Per questo riesce a parlare liberamente anche delle sue debolezze, delle paure nate dalla scelta di allontanarsi dai compagni di una vita con cui ha condiviso la sua grande passione, il suo lavoro. La danzatrice rivela una grande sensibilità percepibile nelle sue parole, nella sua danza e quando tenta di descrivere la profondità, la libertà di espressione, lo stupore che l’arte del movimento può donare.

Il suo nuovo lavoro, già dal titolo, lascia intendere che in scena non sarà da sola… Da chi verrà affiancata durante la performance?

Per scoprirlo bisognerebbe vedere lo spettacolo. In scena sono sola, ma Jessica esiste. Sono figlia unica e da piccola giocavo molto in solitudine. Capitava spesso che mi autointervistassi interpretando Jessica Bayer, il mio alter ego, con cui ho poi messo in scena questo gioco di sdoppiamento. Desideravo che il mio spettacolo avesse tratti autobiografici, quindi ho indagato nel mio passato, nel mio presente, esplorato la mia storia. Inaspettatamente è riemerso questo ricordo, inatteso e non voluto. Il nome Jessica è diventato un’ossessione tanto da portarmi a inserirlo nel titolo.

Lo spettacolo si presenta molto ironico, da dove nasce questa scelta?

Non è una scelta drammaturgica ma una caratteristica della mia personalità che automaticamente si riflette nel mio lavoro, nel mio processo creativo, nelle esperienze legate alla danza. Sono molto ironica nel quotidiano, soprattutto con me stessa, uso questa cifra espressiva perché è quasi l’unico modo che ho di vedere le cose. Non sono più una giovane danzatrice, quindi ho cercato di trasmettere la mia immagine e ciò che sono giocando con me stessa.

C’è un’età per essere danzatore?

Credo che il corpo e il movimento siano belli a tutte le età. Può affascinarmi sia un grand jetè di Roberto Bolle, sia due vecchietti che giocano con le mani su una sedia. Trovo che il mestiere del danzatore professionista sia molto crudele, perché si comprende veramente come stare in scena quasi troppo tardi, quando il corpo comincia a cedere. Da giovani usiamo spesso male i muscoli e la potenza, abbiamo l’esigenza di sentire lo sforzo, il sudore, il dolore. Poi col tempo iniziamo a calibrare meglio l’energia, capendo che usandone di meno si possono raggiungere risultati migliori. Peccato però che i meccanismi importanti su come stare in scena si capiscono quando viene a mancare la forza fisica, quella stessa forza che unita a uno studio più maturo permetterebbe di fare un movimento meglio di come lo si faceva prima. Ma fa parte del gioco: quando si ha maggior consapevolezza delle cose non si possono più fare. Per fortuna chi, come me, fa teatro-danza può avere una carriera un po’ più lunga, potendo adattare le proprie capacità ai ruoli che deve interpretare evitando i virtuosismi che il fisico con riesce più a eseguire perfettamente.

morganti

Quali sono le carenze o i punti forti delle nuove generazione che tentano di emergere?

Insegno a danzatori che posso definire professionisti e che entreranno nelle compagnie più importanti (come quelli del Conservatoire Nationale Superieure de Paris), a ragazzi che hanno problemi motori e a non professionisti. Mi piace molto lavorare anche con gli attori. In generale, si crede che fare questo lavoro sia più facile di come sembri. Penso sia una visione alimentata dai programmi televisivi che danno l’impressione di poter diventare un danzatore professionista con un duro impegno ma limitato a qualche mese. I talent show sono diseducativi proprio perché propinano un messaggio contraddittorio.
Negli ultimi anni ho notato che i giovani con cui entro in contatto nei miei workshop spesso si accontentano dei propri limiti senza provare a superarli, bisogna dunque forzarli ad andare oltre. Ma “andare oltre” è la base di questo mestiere. Se non si ha la voglia e la necessità di mettersi in gioco è inutile approcciarsi a una disciplina del genere. C’è una grande superficialità e avverto una sorta di stanchezza e di pigrizia. Ed essere così infiacchiti a vent’anni non è certo positivo anche perché, man mano che l’età avanza, lavorare con il proprio corpo diventa sempre più difficile. Probabilmente anche i media, internet, You Tube accentuano questa passività, dando l’illusione di poter arrivare a tutto e di poter far tutto restando a casa.
Un’altra questione importante, che può avere sia lati positivi che negativi, è l’abitudine a seguire tante discipline contemporaneamente. Certo, mischiare danza contemporanea, tango, yoga, tai chi, pilates permette di avere tanti input, spesso però non vengono approfonditi, si rimane solo a un livello di conoscenza e di pratica superficiale. A parer mio sarebbe più utile concentrarsi su un’attività cercando di scoprirne tutte le sfaccettature.

La sua poetica si basa principalmente sull’unione di teatro e danza, come riesce a unire due linguaggi così diversi?

Per me è molto naturale. La voce fa parte del corpo. Quando studiavo classico oppure Cunningham, Limon, Graham (principali tecniche del ‘900, ndr) mi sentivo menomata, mi mancava qualcosa, perché non si poteva usare la voce non veniva proprio considerata. Sono una chiacchierona, quindi era come se non riuscissi a esprimere una parte importante della mia natura. La prima volta che ho visto Pina Bausch ho capito di aver trovato la soluzione a tutti i miei problemi (ride, ndr). Però Pina non ci chiedeva di parlare ma di rispondere a delle domande, a dei temi. Il movimento è universale, è molto più potente e profondo, per questo lo prediligeva, solo se non riuscivamo a esternare con finezza un tema col movimento, ricorrevamo alla voce, al racconto, alle parole o al canto.
L’urgenza era esprimere una determinata emozione, non importava il modo. Pina faceva parlare i danzatori ma questa sua scelta non era né un manifesto né un metodo.

Jerrica-and-me-Cristiana-Morganti-ph.-Antonella-Carrara

Proviene da una compagnia molto importante e ha lavorato per molto tempo con una coreografa che nel ‘900 ha cambiato il mondo della danza. Non sente il peso del nome di una grande maestra che, inevitabilmente, offusca un po’ il percorso artistico che ha deciso di intraprendere?

Mi fa piacere questa domanda perché spesso i giornalisti mi chiedono com’era lavorare con lei. Allo stesso tempo, capisco che si sta parlando di una grande artista scomparsa e che non le si possano più fare domande. Jessica and me nasce da alcuni interrogativi: ci si può liberare da un Maestro? Se è possibile come si fa? Bisogna negarlo, ribellarsi, fare l’opposto o continuare a sviluppare la sua lezione? Lo spettacolo è nato dal profondo bisogno di scoprire il “mio” universo creativo, il “mio” modo di mettere in scena. È chiaro che in parte io continui a sentire l’influenza di Pina: non credo potrei mai fare uno spettacolo minimalista o astratto. Il mio approccio, per questa creazione, è stato quello di mettermi in partenza in una situazione diversa. Prima di tutto mi sono circondata di collaboratori lontani dal Tanztheater di Wuppertal, ho lavorato con una regista teatrale (Gloria Paris) che normalmente dirige classici come Shakespeare e Molière, un light designer che lavora con Bob Wilson (Laurent P. Berger), una video artist (Connie Prantera) che viene dalla scena punk inglese. Ho scelto chi mi portava altrove, chi aveva un occhio diverso sul mio materiale, chi mi dava input lontani dagli schemi a cui sono abituata. In seguito ho iniziato a cercare del materiale in maniera completamente anarchica: dai libri alla musica, dai ricordi ai diari, dalle foto alle idee che avevo in testa. La stessa cosa ho fatto con i movimenti. Ho cercato di avere un metodo diverso da quello di Pina sia perché credo che trovare un nuova strada sia già una garanzia per arrivare a un risultato che abbia una sua un’identità, sia perché avevo bisogno di capire qual era il mio linguaggio. Sento infatti molto forte la voglia di trovare la mia estetica e un mio modo di esprimermi. È nata proprio da qui l’esigenza di lasciare la compagnia da cui ormai sono fuori da un anno e mezzo. Il mio cuore è molto legato al Tanzteather, continuo a collaborare con loro e partecipo come ospite in alcuni spettacoli, vedo i miei colleghi spessissimo e vivo ancora a Wuppertal. Però dovevo allontanarmi per poter fare il mio cammino. Come diceva Pina, è molto importante seguire le proprie intuizioni. Mi rendo conto, col senno di poi, di quante cose ho imparato non essendomene accorta. Pina non era una pedagoga, apprendevi lavorando e standole vicino, quindi con l’esperienza. Quando insegno mi accorgo che mi ha lasciato una sensibilità molto alta e gliene sarò grata per sempre. Non intendo in nessun modo rinnegare il percorso che ho fatto con lei, sento di dire che adoro i suoi spettacoli e sono felice di poterli danzare ancora, ma è arrivato il momento di percorrere la mia strada.

Credo sia stato molto coraggioso iniziare un cammino diverso e personale dopo una carriera ricca e matura come la sua…

Coraggioso? Forse sarebbe meglio dire irresponsabile! (ride, ndr) Sarà il tempo a giudicare. Io sono fiduciosa.

Sta lavorando per nuovi progetti?

Sono un po’ scaramantica ma posso dire che sto preparando un nuovo spettacolo, questa volta sul palco non ci sarò io, ma altri danzatori; vorrei esplorare una dimensione nuova in ogni tappa del mio percorso. Ho ricevuto anche la richiesta per una coreografia da parte di una compagnia molto prestigiosa di cui non posso dire il nome. Nel frattempo Jessica and Me che ho prensentato già per quasi due stagioni in tanti teatri importanti del centro-nord d’Italia, comincerà a girare anche all’estero: a maggio lo presenterò al Dublin Dance Festival in Irlanda e a settembre alla Biennale de la danse de Lyon. Mi fa piacere portare questo spettacolo anche fuori dai confini italiani. Con la compagnia di Pina Bausch ho viaggiato molto, per cui in alcuni teatri già mi conoscono e sono curiosi di vedere il mio lavoro.

Cos’è la danza oggi? Se va a teatro su che base sceglie di vedere uno spettacolo?

Guardo tutto quello che credo sia di alto livello, a prescindere dal genere. Posso andare a Broadway per vedere un musical di altissima qualità o la compagnia originale di Riverdance. Sì, mi piace la danza irlandese, così come mi piacciono Rosas, Cunnigham e anche Jiri Kylian, che fa neoclassico. La cosa che trovo veramente stimolante è che la danza contemporanea abbia spalancato le porte a tutte le strade e a tutti i mix possibili, perché è il luogo dove avviene la sperimentazione. Rispetto alla prosa, nella danza l’assenza di un vero testo porta a una forma di libertà molto fertile. Ci sono moltissimi artisti che lavorano sui confini di varie discipline creando lavori che spesso attirano la mia attenzione. La danza ormai si sta contaminando con le arti performative, con la parola. Quando vado a teatro voglio che mi si tolga il pavimento da sotto i piedi, come è successo con Pina la prima volta che l’ho vista. È questo che mi affascina e mi sorprende. Per esempio, Robert Lepage è un artista straordinario proprio perché non c’è un modo per definire i suoi spettacoli, utilizza vari linguaggi. Chrystel Pite, un’ex danzatrice di William Forsythe, è meravigliosa: ho visto solo uno dei suoi lavori e ho subito pensato di avere davanti la nuova Pina Bausch, perché crea degli spettacoli che “ti danno alla pancia” e non sai come difenderti. Ciò che cerco è l’inaspettato. Vorrei un teatro che mi sorprenda, mi stupisca, mi parli e mi commuova.

Alessandra Corsini

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