L’impalpabile leggerezza del NDT. Lightfoot/ León e Carrizo al Valli

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Shoot the moon (foto di Rahi Rezvani)

Le dimensioni contano eccome nei lavori in prima nazionale del Nederlands Dans Theater al Teatro Valli di Reggio Emilia. Scoccate le 20:30, a rompere le convenzioni sceniche sono subito le enormi proiezioni di corpi anonimi e sguardi catatonici nascosti dal bianco e nero. Videoinstallazioni e danza sono da anni gli ingredienti preferiti non solo da Jiří Kylián ma anche dalla speciale coppia Paul Lightfoot/Sol León, dal 2002 coreografi residenti della prestigiosa e versatile compagnia olandese, ormai diventata celebre istituzione e fertile luogo di sperimentazione per coreografi dalle ampie vedute (Paul Lightfoot ne è anche direttore artistico).
Illuminata la scena alla Dogville di Lars von Trier, si presentano una dopo l’altra situazioni quotidiane, sentimenti e relazioni difficili sospese sulle melanconiche note del Tirol Concerto di Philip Glass. Sulla scena mobile ruota una cupa abitazione con coppie stipate in angoli soffocanti e convivenze impossibili. In Shoot the Moon amanti appesi alle pareti, costretti a spiarsi dalle finestre, graffiano la pacchiana carta da parati che li costringe a vivere lontani. Il loro amore può consumarsi solo virtualmente e Lightfoot lo proietta ingigantito sullo spazio che sovrasta la scena. C’è chi invece si strugge in vorticosi giri e slanci danzando le proprie angosce sopra la luce lunare che dalla finestra si staglia sul palco. Tutti i personaggi ruotano in un loop di malesseri in cui l’impossibilità di trovarsi pesa quanto l’incapacità di lasciarsi. Rancori, vigliaccheria, tormenti, solitudine. Un drammatico quadro delle relazioni umane alleviato dalla straordinaria presenza scenica dei danzatori e dalla loro formidabile tecnica.

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The missing door (foto di Rahi Rezvani)

La scena cambia e si riapre come una scatola cinese: ci catapulta in un gioco di sguardi in cui tre livelli, spettatori – attrezzisti – “danzattori”, si mescolano. A firmare The Missing Door sono gli stessi performer insieme all’argentina Gabriela Carrizo (classe 1970), fondatrice del gruppo Peeping Tom e ospite nel 2012 a La Biennale Teatro di Venezia. Il suo ormai consolidato equilibrio tra più generi performativi, teatro-danza e tagli cinematografici, le ha consentito di creare con i danzatori del NDT un lavoro cui sarebbe stretta qualunque etichetta. Tutto inizia con un flashback da cui parte una drammaturgia da sbrigliare e un delitto da ricostruire. L’opera assume il ritmo di un surreale corto di Man Ray, girato in un motel dai toni verdi-lynchiani, dove i danzatori si muovono a singulti e scatti nevrotici su una musica inquietante, fatta di rumori, sussurri e suoni intermittenti. Un capolavoro dell’ibridazione in cui sembra non esserci un’apparente narratività ma tutto e tutti si incastrano perfettamente. Un Entr’acte a colori e in carne e ossa, ma sopratutto animato da corpi spersonalizzati, in preda a digitalizzati suoni casalinghi e scosse elettriche. Crollano e si muovono sul set come fantocci da crash test.

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Stop Motion (foto di Rahi Rezvani)

A chiudere la serata è un altro lavoro di Lightfoot e León, dedicato alla figlia Saura: una perla preziosa sull’insostenibile tragedia del tempo in cui la scena è spaccata in due. Da un lato, i piccoli corpi dei sei danzatori del NDT che con sudore, emozione e movimenti ariosi rincorrono il tempo su un palco illuminato a giorno. In alto l’enorme immagine della giovinezza in slow motion, sul volto di Saura, abbigliata come una tenera Maria Antonietta. È il ritratto in bianco e nero della bellezza, di quegli anni e attimi migliori che sfuggono a un fermoimmagine. Lo spettatore trasportato dal loop frenetico delle musiche di Max Richter e catturato dalle corse dei danzatori si lascia sfuggire così interi passaggi dei movimenti di quel gigantesco video. Stop motion è un raffinato lavoro sullo scorrere del tempo, sulla frattura del presente tra l’inarrestabile ciclicità della vita e l’insostenibile rimpianto di un passato inafferrabile. Alla fine non rimane che una coppia nella solitudine di un palco vuoto, imbiancato da polvere sparsa dalla furia dei danzatori e spogliato brutalmente di teli, luci, quinte. Lei trema, lui la stringe e tutto si spegne.

Alice Murtas


Teatro Municipale Romolo Valli di Reggio Emilia, 16 marzo 2016

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