Il distacco necessario. Intervista a Caterina Basso

Caterina Basso, danzatrice e coreografa, dopo il primo assolo, Il volume com’era – lavoro nato all’interno del progetto Prima Danza della Biennale di Venezia nel 2013, selezionato dalla Rete Anticorpi XL nel 2014 e vincitore del premio come miglior solo al Festival Masdanza 2015 – porta in scena il 17 maggio all’Oratorio San Filippo Neri un nuovo studio, Un minimo distacco. L’abbiamo intervistata cercando di scoprire meglio la sua poetica, la sua ricerca sul corpo e il percorso che l’ha condotta alla creazione del suo secondo solo.

Che tipo di percorso formativo hai intrapreso e chi o cosa ha influenzato la tua visione coreografica?

Ho iniziato a fare danza a sei anni per trascorrere il pomeriggio dopo la scuola, un hobby, come succede a tante bambine a quell’età. Inizialmente frequentavo lezioni di danza classica poi sono passata alla danza moderna, avvicinandomi sempre di più al genere contemporaneo. Parallelamente ho continuato la mia formazione scolastica, mi sono trasferita da un piccolo paesino veneto a Bologna per frequentare l’Università – Scienze della Comunicazione – e laurearmi in Semiologia del Teatro. Probabilmente è in questo periodo che è scattato qualcosa in me, le mie priorità si stavano ribaltando, sentivo che la danza stava acquisendo un peso sempre maggiore rispetto allo studio universitario: da essere una passione era diventata un’esigenza. Così ho cominciato a lavorare con una compagnia bolognese, a fare dei workshop in Europa e ad andare sempre di più all’estero per seguire i maestri che mi interessavano come Wim Vandekeybus o gli allievi di Trisha Brown. Sicuramente non è stata una formazione canonica non avendo potuto frequentare un’accademia di danza, alle volte me ne rammarico, ma alla fine penso che la mia preparazione eterogenea, influenzata da un percorso teorico sul teatro, abbia diversificato in maniera positiva il mio fare artistico. Per quanto riguarda il versante italiano, sono stati molto importanti gli incontri con Sosta Palmizi e soprattutto con Roberto Castello – uno dei sei danzatori che hanno preso parte alla creazione e alla caratterizzazione della prima fase della suddetta compagnia – e successivamente con Ambra Senatore: tutti mi hanno dato l’opportunità di trasformare la mia passione in lavoro, attraverso una collaborazione professionale che continua tuttora. Tutto questo bagaglio culturale misto alle esperienze che faccio nel quotidiano, come la visione di un film o di una mostra d’arte, ha influenzato il mio modo di agire nella danza. Ogni cosa che sento, vedo, ricordo, la assorbo e la rielaboro per poi applicarla a un’idea coreografica. Credo sia il mio modus operandi, infatti in questo ultimo periodo ho intrapreso un cammino di autoanalisi, perché mi sono accorta che il mio vissuto stava diventando un tassello necessario per la composizione artistica. È indubbio che avendo creato solo per me stessa, a partire dal mio corpo, il dialogo interiore sia più forte e addirittura imprescindibile.

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ph. Camilla Casadei Maldini

Dal 2007 collabori con ALDES. Puoi spiegarci cosa fa e quali sono gli intenti di questa associazione?

ALDES è un’associazione di artisti, diretta e fondata nel 1993 dal danzatore e coreografo Roberto Castello. È composta dalla sua compagnia e da cinque giovani danzatori – tra cui io – che, dopo aver studiato e collaborato con lui, hanno deciso di intraprendere un percorso autoriale. ALDES si fa carico della parte amministrativa e organizzativa dei nostri spettacoli, lasciandoci indipendenti nella nostra ricerca artistica.

Il tuo ultimo lavoro, Un minimo distacco, è il tuo secondo assolo – il primo è Il volume com’era (2013). Da quali esigenze artistiche nasce? Essendo ancora uno studio, cosa stai cercando per completarlo?

Innanzitutto c’è stato un grande cambiamento tra il primo e il secondo assolo. Se nel Il volume com’era la traccia dei coreografi con i quali ho lavorato era molto più visibile e palpabile, in Un minimo distacco ho lasciato che fossero i miei impulsi a guidarmi. Sono passata da una composizione drammaturgica razionale, formale, a una scrittura coreografica che scaturisse da una necessità più emozionale, viscerale: da un preciso momento della mia vita. Solitamente non ho un progetto iniziale ben definito, vado in sala prove e sperimento alcuni movimenti a seconda delle mie esigenze, pulsioni o desideri; incomincio a fare delle piccole improvvisazioni, a esplorare i miei gesti istintivi e seguirli per vedere dove mi portano. Nella prima sessione di lavoro è venuto fuori una qualità di movimento legata all’idea di essere mossa da qualcun’altro o da qualcos’altro, in ogni caso non doveva essere la mia volontà ad agire. Dapprima è stato un processo fisico-immaginativo, poi si è concretizzato in una sequenza coreografica che ho deciso di sviluppare ulteriormente e introdurre nello spettacolo. Dopo questa fase sperimentale ho accantonato per un breve periodo la realizzazione di Un minimo distacco. Fin da subito ho dato la colpa ad altri impegni lavorati, ma in realtà un blocco interiore non mi permetteva di progredire nella definizione di questo assolo. Poi l’imprevedibilità della vita mi ha fatto affrontare un momento di rottura, di crisi, di separazione e ciò ha scosso qualcosa dentro di me. Era come se avessi perso delle parti e l’unico modo per ritrovarle era tornare a lavorare sul pezzo, inserendoci proprio queste sensazioni che come un cortocircuito mi avevano destabilizzato. Da qui Un minimo distacco ha preso una consistenza un po’ più emotiva, ma senza sfociare nel didascalico, rimanendo comunque un brano astratto; ci sono però degli spunti, delle immagini che evocano dei miei ricordi. La coreografia è suddivisa in tre parti, la prima è più contenuta, compressa, le scene intermedie fungono da rottura con la sezione precedente per sottolineare il cambio emotivo dell’ultima parte, in un continuo dialogo fra interno ed esterno. Per rispondere alla tua seconda domanda, preferisco ancora definirlo studio non perché la struttura coreografica debba subire ulteriori modifiche, ma perché ci sono delle questioni tecniche – come luci e costumi – che devono essere sistemate.

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Secondo la concezione fenomenologica merleau-pontyana, posso conoscere il mondo attraverso il corpo, il quale proiettato verso di esso, verso l’esterno, lo abita. Il “minimo distacco” che eserciti sul palco, nonché titolo del tuo spettacolo, può essere interpretato come un distacco dal proprio sé, in funzione della comprensione di ciò che è fuori?

La mia visione del distacco ha un triplice significato che probabilmente è più legato alla sfera psicologica. Uno è simbolo del dolore provocato da una separazione; secondo un’altra accezione ci permette di guardare le cose dall’esterno con un po’ più di lucidità, di ironia; oppure può rappresentare una modalità per affrontare degli ostacoli passati che non mi facevano crescere come persona. In sintesi potremmo dire: mi distacco da qualcosa, ne provo dolore, ma dalle mie macerie emotive costruisco qualcosa di nuovo, di positivo. Da questo connubio concettuale nasce il titolo dello spettacolo. Tuttavia, il lavoro che faccio sul mio corpo, ben si accorda al concetto di “proiezione esterna di me”. A esempio, come ho già accennato, nella prima parte della coreografia sono concentrata su me stessa, manipolo il mio corpo attraverso movimenti leggeri, mi soffermo sulle possibilità delle articolazioni. Durante tutto questo periodo ho i tappi alle orecchie, come se volessi estraniarmi dal resto del mondo, per difendermi da quello che potrei vedere o incontrare. Mi isolo in una personale ricerca in cui il tappeto sonoro, composto di voci e brandelli di film, come un flusso di ricordi riempie la scena. Superato questo dialogo con me stessa, attraverso due scene più performative – una con l’ukulele e l’altra mentre espello dei sassolini bianchi dalla bocca – riesco ad aprirmi verso l’esterno. La mia energia, incanalata in una gestualità controllata, muta in una fluidità coscienziale di presa del mondo, di crollo di barriere emotive per abbandonarmi a una sorta di “follia ironica” che mescola un po’ il dolore con il piacere.

Cosa significa per te la definizione “essere corpo”?

Sicuramente è un concetto fondamentale per chi si occupa di danza, soprattutto se collegato alla relazione anima-corpo, liberata da quella concezione dualistica imposta per molto tempo dalla cultura cattolica. Purtroppo non è semplice superare questo scoglio ontologico, fa parte del nostro retaggio storico, però dovremmo renderci conto che sono due parti di un unico insieme; basti pensare alla somatizzazione di certe sensazioni provate, come il rossore delle guance quando sono imbarazzata o le contrazioni addominali quando sono agitata. Per i danzatori questa unione è resa spontaneamente attraverso il movimento esterno in comunione con le pulsioni interne. La danza è il luogo privilegiato dove poter sperimentare in modo concreto la connessione tra anima e corpo, dove possono aprirsi strade non percorse dalla logica umana, come quelle dei sensi, dell’ispirazione e dell’estetica. Credo anche che questo “essere corpo” sia strettamente connesso allo sguardo dello spettatore e alla relativa percezione di uno spettacolo. Personalmente è fondamentale, a un certo stadio del mio lavoro coreografico, verificare sul pubblico il materiale composto, perché mi dà l’opportunità, in futuro, di instaurare un contatto più profondo e viscerale con chi mi sta guardando. È solo in questo modo che la ricerca continua, avanza, mediante il confronto con l’altro, soprattutto in un pezzo solista.

Umberto Galimberti – professore, autore di innumerevoli libri e studioso di antropologia culturale e filosofia – nella sua magistrale opera Il corpo, afferma: «Lo spazio corporeo non è posizionale, non è cioè l’ambiente reale o logico in cui le cose si dispongono […] ma è situazionale, perché si misura partendo dalla situazione in cui viene a trovarsi il corpo di fronte ai compiti che si propone […] Il corpo, infatti, è l’unico sfondo da cui può nascere uno spazio esterno». Trovi delle assonanze tra questa dichiarazione e il tuo operare? Cosa ne pensi?

Trovo che questa citazione sia molto affine al mio pensiero. All’inizio di ogni mia composizione è il corpo a direzionarmi nello spazio, a suggerirmi da quale punto cominciare e dove arrivare, quasi un’azione istintiva. Ovviamente ci sono delle regole estetiche da rispettare, nel senso che non posso danzare solo nel centro della scena o in un angolo a sinistra, devo percorrere tutto il perimetro che ho a disposizione, ma lo faccio a partire dal mio corpo. Con la lontananza e la vicinanza dal pubblico si possono raccontare tantissime cose, dare un significato diverso a ogni gesto. Infatti la prima relazione che il corpo instaura con l’ambiente esterno è quella con lo spazio e nel mio caso coreografico, quindi l’assolo, è intensificata non avendo se non qualche piccolo oggetto momentaneo sulla scena con il quale dialogare. Immagino sia a causa della mancata avvenuta di questa relazione che alcuni spettacoli, pur essendo qualitativamente interessanti, non funzionino, perché il corpo non ha avuto l’occasione di aprirsi al mondo, di proiettarsi fuori da sé. Ma soprattutto penso che il corpo muova lo spazio ancor prima di se stesso.

Cristina Tacconi

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