Racconti da Venezia. La Biennale Danza 2016

La redazione di BlaubArt è andata in trasferta nella Serenissima immergendosi nella nuova edizione della Biennale Danza. Di seguito vi proponiamo i nostri racconti, i nostri pensieri, i nostri sguardi, le nostre visioni sugli spettacoli proposti durante il 10. Festival Internazionale di Danza Contemporanea.

Capitolo 1. Quadri di un’esposizione
Capitolo 2. Specchi appannati, dialoghi, visioni e déjà-vu
Capitolo 3. ALTEmperature

Capitolo 1. Quadri di un’esposizione

La marea si ritrae e Venezia brilla sotto una pioggia di flash e di raggi al tramonto. Ad accoglierci all’Arsenale è un profumo di mare che lascia pregustare l’estate alle porte. Arriviamo così alla decima edizione della Biennale Danza, con un senso di rilassatezza e stuzzichevole aspettativa per il tanto atteso debutto di SUNNY, prima assoluta firmata Emanuel Gat che ha aperto il Festival Internazionale. Il coreografo israeliano è uno dei grandi e cari ritorni voluti da Virgilio Sieni, riconfermato per quest’anno a dirigere il settore Danza. Ma quella sensazione di piacevole calura crepuscolare con cui siamo giunti alle Tese dei Soppalchi viene improvvisamente spazzata via da una certa freddezza. La musica elettronica, sintetica, eseguita dal vivo dal  Gat, Awir Leon, accompagna live l’intero lavoro e lo segmenta secondo ritmi e temperature differenti, come differenti sono le corporature dei dieci danzatori, accomunati da un’unica impeccabile tecnica. Ad aprire è un solo in abito bizzarro, un elegante e imponente mamuthones asessuato e albino dal passo lento e con un costume rifinito in pizzi e paillettes.

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ph Emanuel Gat

Segue d’improvviso la presentazione del gruppo di danzatori in abito casual. Ognuno per conto proprio presenta la sua frase coreografica prima in riga difronte al pubblico, poi spostandosi nello spazio per intrecciarsi in un nucleo discorsivo tipico dello stile di Gat: un trucco matematico, un incastro difficile da sbrogliare tanto è complesso e armonioso nelle sue combinazioni. Un mescolamento di corpi, di fluidi, una massa organica in fermento che si compatta e si smembra in frammenti virtuosistici complessi e logorroici che si alternano ad attimi di gioco e di forzata commozione. Ma le sezioni si susseguono in maniera un po’ troppo slegata, che lascia lo spettatore (costretto su ostiche poltroncine) dopo 80 minuti interdetto da un così eccessivo bombardamento di immagini come pura visual art sulle sonorità di Leon. Dall’alto della nostra postazione nella grande sala, la composizione si sviluppa nel complesso come un caotico microcosmo che nella sua apparente assenza di senso lascia intravedere una ciclicità, un lasciarsi e ripigliarsi, un conoscersi amarsi e perdersi (intensi gli abbracci in morbida lingerie in cui le coppie si abbandonano a un ascolto reciproco del corpo), uno spogliarsi e rivestirsi sempre più eccentrico (notevoli gli estrosi costumi creati insieme agli stessi danzatori). Di Sunny, nonostante non ci abbia soddisfatti nella sua interezza, resta forse un messaggio d’amore e di speranza, come la celebre canzone da cui prende il titolo. O come un divertissement, con un desiderio di leggerezza, di lasciarsi andare con stravaganza al flusso della vita prendendola per quello che ci dà.

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ph Haijiao Wang

Durante il secondo intenso giorno di spettacoli, ci accorgiamo che al suo avvio questa Biennale ha la consistenza del suono, dei sussurri e delle variazioni musicali cui la danza si intreccia e da cui attecchisce. La relazione con la musica e con i musicisti è dunque parte integrante del progetto di Sieni. In VERSO LA SPECIE protagonista è proprio il ritmo, il tempo, la cadenza. I danzatori del College orchestrati da Claudia Castellucci, incappucciati come dipinti del Goya, si muovono nel suggestivo spazio della Sala Colonne comandati da un sound appositamente creato tra la techno e l’ambient, con grembiuloni scuri che formano insieme al copricapo una divisa gessata che appesantisce ancor più la loro entrata marziale. Tutto è molto regolare, rigorosamente ballato, saltato all’unisono, ricco e coreografato con cura minimale ma di poco spessore rispetto a Esercitazioni ritmiche, precedente lavoro presentato alla Biennale College 2015 di cui palesemente Verso la specie è l’evoluzione, ma poco riuscita. La fragilità, la reiterazione e semplicità del gesto creava nel primo ballo – insieme alla fusione con la musica – una attrazione e solennità ben più potenti.

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ph Akiko Miyake

Per calli. Su vaporetti. Di corsa sotto un sole cocente. Nel Teatro di Palazzo Grassi ci attende poi LA PROCESSION di Nacera Belaza, lavoro tutto al femminile che ci sorprende per lo scarto spazio-temporale cui lo spettatore è inconsciamente sottoposto. La traversata lenta negli spazi dell’Auditorium accompagnati dalle partecipanti del College più simili a sonnambule che danzatrici, il volume basso e ovattato delle musiche di Holiday e Cash, le luci calde intorno e quelle accese in cerchio al centro del palco che delimitano una zona sacrale, non fanno che acuire la percezione sensoriale dello spettatore immergendolo in una atmosfera felpata da cui ci si accorge di esser stati avvolti solo al termine degli assoli-trance di alcune danzatrici. Segue al Teatro La Fenice un’altra prima assoluta: l’assolo-suite KUDOKU di Daniele Ninarello è il progetto che meglio si sposa con la frase di Merleau-Ponty che Sieni ha voluto come slogan di questa edizione e che cita: «Senza il mio corpo lo spazio nemmeno esisterebbe». Dopo alcuni minuti di buio totale sulle note elettro acustiche di Dan Kinzelman e del suo sax, entra Ninarello. La luce lentamente si scalda e si espande allo stesso modo in cui si svelano i suoi movimenti: morbidi, tiepidi, come dentro una placenta. Esplora lo spazio e le potenzialità del suo corpo, l’intensità del suono lo trascina come in un limbo inesplorato, sospeso al limite tra movimento-pulsazione e ampiezza esasperata. Uno splendido lavoro, forse il più riuscito di questa edizione, delicato ma completo, che speriamo di rivedere presto in altre occasioni.

Il site specific OUTLANDER dell’attesissima compagnia di Shobana Jeyasinght nella cornice speciale della Fondazione Cini si rivela invece una delusione. Una passerella si staglia sotto l’imponente affresco di Veronese, Le nozze di Cana, nel Cenacolo Palladiano. Tre danzatori sfilano uno alla volta con qualità di movimento differenti. I fraseggi lirici che danzano le prime due giovani ballerine, una in viola protesa verso il basso e l’altra in nero slanciata verso l’alto, risultano banali, forzatamente drammatici, interessanti solo nel momento della loro ripetizione cui si aggiungono piccoli dettagli compositivi. Impressiona l’ultimo danzatore per la prestanza e l’agilità nel mescolare giri, attitude e movenze prettamente contemporanee con uno stile tradizionale indiano che recupera dal Katak e dal Bharatanatyam la cura dei movimenti delle mani e il ritmo delle gambe. Nel suo complesso, date le esperienze passate della coreografa, l’esecuzione ha il gusto di un’occasione sprecata.

Compensa a pieno titolo il successivo e fantasmagorico DER BAU della tedesca Isabelle Schad insieme al filosofo e artista Laurent Goldring. Lei, 46 anni e un corpo perfettamente lavorato, appare nuda e marmorea come i corpi dei Big Nudes di Helmut Newton in mostra ai Tre Oci fino all’8 agosto. Sconvolgente e improvviso, questo lavoro lascia spiazzati per tanta semplicità e profonda maturità. Isabelle è illuminata da luci aranciate e quasi soffocanti, limitate dentro una bassa piattaforma che si staglia lungo tutto il perimetro praticabile e che la sovrasta pesantemente. Ricurva su se stessa, avvinghiata alle caviglie, si muove a singulti, prende coscienza dei suoi muscoli mentre suoni di fluidi melmosi e di scricchiolamenti ossei sembrano provenire dal suo stesso corpo, come se un microfono da dentro la sua vagina espandesse il suono degli spasmi intestinali, dello stiramento della pelle, delle tensioni muscolari. Tutto si fa cassa armonica: il suo corpo, lo spazio e il pubblico che non smetterà di fissare. Ispirato al racconto omonimo forse incompiuto di Kafka, Der Bau si rivela una esplorazione sorprendente di non-danse più che di teatro-danza, come presentato nel programma. Ma laddove volessimo ricollegarci alla novella, i lunghi teli che srotola uno alla volta, sempre più chiari (come a simboleggiare il colore della terra che cambia con l’avanzare), potrebbero ricordarci i cunicoli in cui il protagonista, ibrido tra ratto e umano, va rintanandosi per sfuggire alla minaccia che proviene dal mondo esterno e che lo terrorizza. E lei è esattamente così: devastata, dopo aver trascinato, sgualcito, sbattuto, annidato sul capo e ondeggiato come una risacca tutti quei teli. Il movimento le scompiglia i capelli. Il corpo si scompone; scuote i gomiti, la schiena rimbalza. E alla fine si distende al suolo, sfatta, sdraiata su campi di panno colorati perfettamente stesi a terra: come un ventre di donna che si riassesta post parto o come un serpente che cambia pelle, tutti i tessuti – quelli dei teli e della sua pelle – si ritraggono, si tendono, si mescolano, si raggomitolano. Diventa un corpo unico e amorfo. Un mucchio di stracci che si dimena animato da un cuore terrorizzato e palpitante, pronto sotto una corazza di pezza a combattere le sue paure. Un capolavoro.

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Foto di repertorio con i danzatori del Ballet du Capitole, ph David Herrero

Chiudiamo quindi con la consegna del Leone D’Oro a Maguy Marin, artista che più ha lavorato e continua a sperimentare sulle molteplicità dell’animo umano e sulla condizione pessimistica dell’uomo in questo mondo e in questo tempo. Come lei stessa dichiara durante l’incontro con Stefano Tomassini, piccina ma così chiara e genuina, l’essere umano è incapace di donare il proprio tempo e di trasformare in passioni e in azioni le proprie fatalità, che invece subisce e respinge. A differenza (o almeno così dovrebbe essere) di un artista poiché egli si fa interprete, cioè medium di un lavoro interiore lungo e faticoso attraverso un corpo reso trasparente, ma non anonimo. E così ci sembrano essere i suoi due danzatori, Françoise Leick e Marcelo Sepulveda, con quei corpi nudi che svestiti non sono, ma in calzamaglia pitturata perché l’importanza del costume e della sua relazione col corpo è cara alla Marin. I capelli arruffati, i volti sfigurati eppure così umani. Come nella Cacciata del Masaccio avanzano vicini, accompagnati da un continuo gorgoglio d’acque, passeggiando in quello che sembra un buio Giardino dell’Eden (e da qui il titolo Duo d’Eden). Come in un quadro tridimentionale, lui cammina mentre lei si trascina aggrappata alle caviglie. La prende e se la porta in spalla, la fa ruotare sulla schiena e la tiene in braccio prima di accompagnarla a terra. Tutto si ripete, è un eterno camminare per poi ritrovarsi seduti, uno accanto all’altro. Un inno alla dolcezza, all’abbandono, al tepore dei corpi nudi e avvinghiati, alla ciclicità dei rapporti umani. Alla semplicità delle cose.

Alice Murtas

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