Racconti da Venezia. Secondo capitolo

Capitolo 2. Specchi appannati, dialoghi, visioni e déjà-vu

Nostalgia. Ogni volta che torno a Venezia sento aria di nostalgia. Sarà che inevitabilmente scoperchia dei ricordi, sarà che io e le mie colleghe l’anno corso abbiamo seguito intensamente la Biennale College – Danza, sarà perché è proprio in questa città che mi sono innamorata nuovamente della danza.
Mi sembrava, a volte, di vivere un déjà-vu. Riconoscevo le facce, le dinamiche, gli artisti presenti. Riconoscevo l’eccitazione e la curiosità di vedere danzatori e coreografi nuovi, a me sconosciuti. Twittavamo alla fine di ogni spettacolo cercando di trovare le parole giuste, ma a volte sapevamo già cosa dire e fremevamo dalla voglia di esprimere il nostro entusiasmo. Così come è successo, invece, di ammutolirci perché ciò che guardavamo non ci piaceva, non lo capivamo o, fortunatamente, ci disarmava, ci ipnotizzava.

Arrivo a Venezia, prendo il programma e leggo: Kudoku di Daniele Ninarello e con Dan Kinzelman. Quel titolo attira la mia attenzione. Kudoku: beneficio. Una parola presa in prestito dal pensiero di Nichiren Daishonin, Maestro buddista giapponese del XIII secolo, che si sofferma in particolar modo sul corpo che deve liberarsi dai veleni quotidiani. Ninarello – che ha iniziato la sua ricerca coreografica nel 2007 e che ha vinto con L.A.N.D. Where is my love (2014) il premio produttivo COLLABORACTION promosso da ‪‎ANTICORPI‬ XL e coordinato da Mosaico Danza – porta in prima assoluta un solo accompagnato da un musicista jazz, lo statunitense Dan Kinzelman, mostrando come la danza possa diventare strumento di purificazione insieme alla musica.
Più che un solo sembra un duetto, un dialogo iniziato da Kinzelman che si diverte con i suoni utilizzando sax, flauti e loop station. Il danzatore entra in scena dopo qualche minuto, un cono di luce lo illumina al centro di una delle sale del meraviglioso e storico Teatro La Fenice. La danza e la musica si uniscono, vanno di pari passo, si tengono per mano, si sposano per alcuni frangenti. Ninarello improvvisa, i micromovimenti iniziali prendono spazio, allargano l’occhio di bue. Mi lascio trascinare da un concentrato di pause, isolamenti, vocalizzi, fluidità che prendono la rincorsa. E come nella filosofia buddista, il danzatore sembra ascoltare il proprio corpo, studia ciò che lo circonda per ritrovarsi interiormente, sfiora la sua essenza per liberarsi, lavarsi dalle influenze negative. Gira su se stesso con le braccia aperte, la testa protesa verso l’alto, gli occhi chiusi, in un momento profondo, quasi mistico, solitario. Una danza che aumenta fino a disinquinarsi, a ripulire i sei organi di senso buddisti: udito, olfatto, tatto, gusto, vista e coscienza. E così che questi due artisti si ascoltano a vicenda, si annusano, si toccano senza nemmeno sfiorarsi, si assaporano pur non masticandosi, si guardano, si percepiscono. Il Kudoku di Ninarello arriva attraverso la danza, quello di Kinzelman attraverso la musica. Due arti diverse diventano un’unica cosa, una è il prolungamento, la protesi, dell’altra. Citando Daishonin, siamo come degli specchi appannati da lucidare con cura notte e giorno: Ninarello e Kinzelman auscultano la loro arte, si purificano, si lucidano a vicenda e si riflettono l’uno nell’altro.
Sarà, probabilmente, che ho un sesto senso: tutto si ferma e sappiamo già cosa scrivere…

E se Kudoku ci ubriaca di musica e danza, i ragazzi della Biennale College guidati da Annamaria Ajmone ci accompagnano delicatamente in altri scenari e in altri mondi. Il Conservatorio B. Marcello si trasforma in un giardino abitato da altri giardini, uno spazio extraordinario in cui è possibile ascoltare i suoni della natura che contrastano con l’artificialità della sala. Ajmone è riuscita a trasmettere le sue “pratiche abitative”, già esplorate alla Biennale College – Danza 2015 con Buan all’interno del suggestivo squero San Trovaso e nella prima versione di Tiny (la seconda, Tiny Extended, è in prima assoluta nel programma del festival).
Il corpo inizia ad ascoltarsi, poi si relaziona con ciò che lo circonda cominciando un dialogo che si posiziona tra immaginario e realtà, in un non luogo in cui è possibile immergersi per tramutarsi in altro, creare un nuovo sé restando se stessi. Le pareti claustrofobiche scompaiono per fare spazio a un gruppo di sette ragazze e due ragazzi che si muovono lentamente. I danzatori ondeggiano legati, piegano le gambe e si scambiano di posto. Man mano che la performance procede il gruppo si stringe quasi a voler diventare un’unica cosa e si sposta circolarmente passando vicino al pubblico seduto ai lati. Il cinguettio degli uccelli scandisce il tempo, le brevi linee colorate sui corpi dei performer ci aiutano a dipingere il nostro disegno immaginario. Si fermano, si guardano, galoppano in diagonale, camminano incastrandosi. La musica cambia e il gruppo si riforma. I performer si immergono nel loro giardino e la coreografia si fa più fluida: predominano braccia, onde, inarcamenti, equilibri. Si accovacciano, la testa si muove di scatto poi anche il corpo, si agitano. Tutto cessa. Un respiro e la testa si lascia andare in avanti.
Il lavoro di Ajmone si spiega da solo: Imaginary Gardens with Real Toads in Them. La giovane danzatrice vuole trasfigurare il reale, costruire uno spazio da abitare, amplificare il contatto empatico. Ajmone riesce ad aprire delle strade, delle visioni, e per coglierle lo spettatore deve lasciarsi andare a mondi immaginari dimenticandosi della realtà.

aiko ajmone
ph Akiko Miyake

Daniel Linehan, invece, porta una prima italiana dal nome impronunciabile: dbddbb. I danzatori all’interno del Teatro Piccolo Arsenale cantano filastrocche e ritornelli creando una colonna sonora che include i rumori dei corpi, dei passi, delle marce. Ci sono delle scarpe appese, numerosi bastoni dondolano dalla graticcia. Sono buffi, grotteschi. Due donne e tre uomini interagiscono, si prendono per le braccia, si tirano, si spingono, giocano con le consonanti. Creano ritmi, li ripetono in loop aumentandone la velocità. Sembra vogliano prendere in giro il pubblico quando le luci in platea si accendono e loro in proscenio ripetono per l’ennesima volta gesti nonsense che, a volte, strappano un sorriso. Una ragazza si scombina i capelli, un altro ruota velocemente i polsi e batte una mano sotto il gomito. Sento qualcuno ridere e qualcuno sbuffare. Inizia un ticchettio, le luci in platea si spengono. Schioccano le dita, uno inizia a cantare, un altro saltella in modo strambo. Dopo 70 minuti questo bombardamento delirante si affievolisce. Resta il rumore dei bastoni che si sfiorano, la luce si attenua e loro che dal fondo continuano incessantemente a mormorare.
Se all’inizio incuriosisce e diverte, a metà percorso si percepisce la pesantezza di uno spettacolo che poteva concludersi prima. dbddbb è un lavoro difficile da comprendere perché non permette allo spettatore di entrare, anzi, sembra quasi che voglia stancarlo. Quelle frenetiche filastrocche a un certo punto diventano faticose. Forse è stato voluto o forse no, ma questo spettacolo mi è parso lontano, troppo lontano, per riuscire ad afferrarlo.

E sempre all’Arsenale, ci attendono sei ragazze e due ragazzi che si riscaldano nella Sala d’Armi mentre il pubblico prende posto. Formano un gruppo sul fondo, sono immobili ma, com’è tipico nella poetica del coreografo israeliano Emanuel Gat, d’improvviso iniziano ad aprirsi allo spazio, a muoversi come una medusa che inizia a perdere i propri filamenti. Venice parte con delle chitarre che incalzano mescolandosi a suoni elettronici, melodie trascinanti che i danzatori della Biennale College seguono con movimenti peculiari. Se una danzatrice fa oscillare le sue mani velocemente, un’altra sembra essere un mimo che tenta di spostare l’aria circostante. Un’isola di corpi si dirama nello spazio, scie fluide di movimenti formano figure che restano impresse nella mente. Venice: venti minuti di pause, tattilità, dialoghi, relazioni, risonanze. Rimangono in due in scena, sembrano due soli, ma forse è un passo a due lontano che pian piano si avvicina senza mai toccarsi. Le distanze si accorciano, le due performer comunicano ritornando sempre sugli stessi gesti, facendo delle ripetizioni un modo per rivelarsi ogni volta un po’ di più. Un dialogo. Anzi, no, un combattimento non violento, una delle sfaccettature delle relazioni quotidiane. Ogni danzatore esprime il suo mondo cercando poi di rapportarsi agli altri. Risonanze, molecole, flussi ritornano in scena. Gat, già presente alla Biennale College – Danza 2015 con Third e che ha aperto questa edizione con l’atteso Sunny, riconferma un linguaggio coreografico elegante, energico, travolgente anche per le scelte musicali. Questa breve performance corre leggera, nella luce naturale che entra dalle finestre e spezza il pavimento, e non nasconde la sua complessità riuscendo a non rivelare la sua fatica. Venice è una rete di relazioni che si ferma, si immobilizza sul fondo della Sala, puntando gli occhi in un altrove, puntando gli occhi su di noi…

michelle davis
ph. Michelle Davis

E di quotidiano parla anche Sandy Williams danzatore della compagnia Rosas di Anne Teresa De Keersmaeker. A Campo Sant’Angelo il flusso dei turisti si ferma, il tempo si dilata con My Walking Is My Dancing: otto danzatori in fila camminano guardando fisso in avanti, poi variano. I passi si fanno più veloci, si incrociano, i piedi si fermano nell’aria e ritornano al suolo. Si va e si ritorna. La musica sparisce per lasciare spazio al rumore delle scarpe e alle voci dei performer che sembrano portare il tempo. Il gruppo si divide e la coreografia si sviluppa in terzetti che corrono veloci, duetti che si fissano negli istanti, assoli che rallentano. La chiassosa Venezia per un attimo si trasforma in una città silenziosa, in cui i passanti con paglietta e cellulare si soffermano a immortalare la semplicità di un gesto quotidiano. Il nostro passo può diventare danza e Williams lo dimostra restando in bilico sulla linea di confine che si crea tra il movimento quotidiano e quello tecnico del danzatore. Un concetto apparentemente semplice che il coreografo belga estrapola dalle sperimentazioni di Rosas.

IMG_7207_mod
ph. Alessandra Corsini

E, infatti, Vortex Temporum di AtdK, che prende il nome dal capolavoro del compositore francese Gérard Grisey, è costellato di passi, di rincorse, corse, rewind. I sette danzatori di Rosas si muovono con una precisione millimetrica e geometrica, ricorrente nella poetica della famosa coreografa belga che l’anno scorso ha vinto il Leone d’oro ripresentando Fase, capolavoro del 1982 caratterizzato appunto da canoni ripetuti e concentrici. Questi elementi si palesano sin da subito: la scena di Vortex mostra cerchi disegnati a terra che si incontrano e che sono amplificati dagli strumenti di Ictus, ensamble di sette musicisti, e dagli spostamenti dei danzatori che tendono a seguire percorsi circolari.
Siamo in un vortice: spirali, torsioni. Dei pianeti girano in tondo, i corpi si contorcono, le onde gravitazionali rapiscono lo sguardo. ATdK studia la polifonia del corpo, ogni strumento è associato a un interprete. I danzatori vestiti di nero e in scarpe da ginnastica concretizzano il suono, rivelano le note, così come i musicisti si approcciano al movimento, si disancorano dalla loro consueta immobilità per essere risucchiati dai suoni e dai moti. Un flauto, un clarinetto, un violino, una viola, un violoncello, un pianoforte e un direttore d’orchestra si girano intorno, percorrono le orbite della scena. Tutto è in movimento, tutto rotea e noi siamo fermi e impalati ma trascinati in un tempo in cui il futuro è talmente vicino da sembrare già passato, un futuro che però ritorna e che viene assaporato ogni volta più intensamente. Tutto accade qui e ora e nel suo accadere ci ipnotizza, ci incastra in questi turbinii paralleli che si intersecano negli istanti. I movimenti appaiono semplici ma è proprio dietro quella semplicità che si cela uno studio spasmodico alla perfezione, ai dettagli, quella semplicità che ci ricorda lo spessore di una coreografa che appare sempre attuale, contemporanea e che non smetterà mai di ammutolirci.

Rid-Vortex_Sept15_Anne Van Aerschot - 4
ph. Anne Van Aerschot

Dopo ho cercato inutilmente di pormi delle domande, ma non ci sono domande e non ci sono risposte davanti a uno spettacolo capace di manovrare lo spazio, il tempo e di calamitarti saldandoti a una sedia. Il déjà-vu questa volta mi pare reale… Torno a casa e torna la nostalgia. Ripenso a Fase, ripenso a Vortex, ripenso a quando ho preso casualmente l’ascensore con ATdK l’anno scorso dopo la cerimonia del Leone d’oro, ripenso a quante cose avrei potuto chiederle. Ma forse è meglio sia andata così. Il silenzio disarmante non ha bisogno di parole e io ne ho già usate troppe per raccontare quello che non può essere raccontato.

Alessandra Corsini

Capitolo 1. Quadri di un’esposizione
Capitolo 3. ALTEmperature

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...