Racconti da Venezia. Terzo capitolo

Capitolo 3. ALTEmperature

Caldo, tanto caldo il 25 e il 26 giugno durante gli ultimi due giorni del 10. Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia. Sole cuocente percorrendo Riva degli Schiavoni direzione Arsenale, programmi di sala sventolati come ventagli nei campi veneziani durante Levée de conflits di Boris Charmatz, Unfolding Figures di Yasmine Hugonnet, Tools for Dance Improvisations di Thomas Hauert, Danze sulla debolezza di Virgilio Sieni e nel Teatro alle Tese per Trisha Brown. Il calore si fa sentire anche nell’atmosfera: incontri tra artisti che hanno collaborato insieme nelle precedenti edizioni del Festival, giovani danzatori insieme ai loro insegnanti di danza, amatori e spettatori in trasferta dall’Emilia Romagna che hanno partecipato ad alcuni progetti del direttore artistico della Biennale Danza Virgilio Sieni. Un weekend concentrato tra il progetto Agorà che propone un ciclo di coreografie inedite realizzate dai coreografi ospiti e interpretate dai danzatori della Biennale College – Danza e lavori in prima italiana di artisti internazionali dal forte segno coreografico.

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ph. Giorgia Ceccato

In Campo Pisani va in scena Unfolding Figures, lavoro della coreografa svizzera Yasmine Hugonnet che partecipa per il secondo anno consecutivo al Festival. Sette interpreti della Biennale College – Danza, alcuni con leggings colorati altri con una semplice tuta, si posizionano in un cerchio cominciando a muoversi sul posto in modo quasi impercettibile allo sguardo dello spettatore. L’atmosfera ricorda quella di alcuni quadri di De Chirico: una piazza, aria ferma e silenziosa di un primo pomeriggio di agosto, un treno probabilmente fermo in lontananza. In questo spazio appena fuori dal Conservatorio B. Marcello sono i rumori ambientali, tra cui gli strumenti degli studenti, a creare il tappeto sonoro. Micromovimenti si legano tra loro in una sequenza ininterrotta, percorsa da piccoli tremori dei muscoli impegnati a mantenere stabilità e a controllare disequilibri che sembrano non arrivare mai. La scena non si modifica, la disposizione circolare dei danzatori non cambia se non negli ultimi minuti. La sequenza di posture quasi statuarie sono in relazione l’una con l’altra ma mai uguali, tante piccole variazioni dello stesso principio di movimento. Il lavoro verso la fine aumenta il ritmo mantenendo, però, una lentezza che cerca di modificare la percezione temporale, una dilatazione lontana da quella della vita quotidiana ma non per questo irreale. Il cerchio piano si scioglie e torniamo, quasi fossimo accompagnati per mano, nel presente.

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ph. Michelle Davis

Sempre all’aperto, in Campo San Maurizio, si è svolto Danze sulla debolezza di Virgilio Sieni. Insieme ai nove danzatori della Biennale College – Danza erano presenti in scena quattordici cittadini. All’interno del perimetro rettangolare i danzatori cominciano a sovrapporsi; cedimenti, cadute dinamiche, un corpo unico che si unisce attraverso un continuo contatto e che si scioglie disgregandosi nello spazio circostante. Si creano duetti, trii, quartetti. Dal perimetro dello spazio scenico si alzano gli interpreti che fino a ora sono stati insieme a noi spettatori. L’azione coreografica si arricchisce, si aggiungono pause, unisoni, loop di sequenze ripetute consecutivamente. Uno spazio condiviso, un’agorà in cui gli sguardi e i corpi sono in continua relazione nello spazio attraverso una tattilità caratteristica dei lavori di Sieni. Il ritmo sostenuto mantiene lo spettatore attivo con lo sguardo. Michele Rabbia, musicista che da tempo collabora con il coreografo, segue gli interpreti e viceversa: il suono del panno sbattuto sulla gran cassa rimbomba nello spazio, un semplice imprevisto, come la caduta della spugna antivento che copre il microfono del compositore, diventa lo spunto per un nuovo suono. Colpisce l’omogeneità del movimento della comunità, i corpi si mescolano senza mostrare in modo evidente la differenza tra amatori e danzatori come invece avveniva in Divina Commedia_Ballo 1265 o in Angelus Novus.

Per la prima volta alla Biennale Danza di Venezia, lo svizzero Thomas Hauert debutta come coreografo e danzatore con Inaudible, coreografia per sei danzatori (tra cui Albert Quesada, ideatore di OneTwoThreeOneTwo debuttato il 21 giugno al Festival e Gabriel Schenker coreografo e interprete di Pulse Constellation andato in scena il 23 giugno alla Sale d’Armi dell’Arsenale). Sulla scena nella penombra del Teatro Piccolo Arsenale un magma, una montagna di corpi aggrovigliati e incastrati si muovono lentamente, si sfiorano, cercano appoggi. Con il buio si svuota la scena che una musica solenne mantiene viva, materica e palpabile anche se priva di interpreti che solo poco dopo entrano in fila uno dietro l’altro. La schiera di danzatori vestiti in modo inusuale, con calzamaglie color pastello, magliette colorate, tute grigie e canottiere giallo evidenziatore, cominciano a muoversi sulla musica che si interrompe in modo brusco dopo qualche secondo, come fosse andato storto qualcosa. La scena si ripete più volte, mentre i danzatori si alternano, creano duetti o assoli che tentano di iniziare una frase coreografica ma che non sempre riesce ad arrivare fino in fondo. I movimenti dei danzatori coincidono perfettamente con la musica classica di George Gerswhin (Piano concerto in F) e con quella sperimentale di Mauro Lanza (Ludus de Morte Regis). Un suono visibile. Movimenti ironici che strappano un sorriso al pubblico, posture volutamente goffe, qualcuno si sistema la maglietta, sospensioni, articolazioni che si scrollano nello spazio che per un istante viene usato come fosse un tavolo da gioco. Privilegiata è la verticalità dei corpi e rari sono i contatti fisici tra gli interpreti se non alla fine della partitura coreografica. Si ricrea progressivamente il corpo unico presente all’inizio dello spettacolo attraverso sottili legami fino a essere tenuto insieme solo da un contatto dei piedi dei danzatori. La musica diventa buffa, gli interpreti tornano nella fila iniziale. Quello di Hauert è un linguaggio imprevedibile che porta lo spettatore a non farsi aspettative e a prendere così come sono le azioni coreografiche.

Sì, faceva caldo, si trasudava sofferenza, ma l’aria appiccicaticcia non ha impedito il tour per la Biennale. Pensandoci bene, quando sudiamo respiriamo più velocemente, il cuore lavora di più, migliora la circolazione e il metabolismo accelera: sono tutte strategie che il nostro corpo mette in atto per normalizzare la temperatura corporea. Anche la circolazione aumenta, e così molte tossine e impurità escono dal corpo attraverso i pori della pelle. Si ritiene, inoltre, che ne benefici anche il sistema immunitario: quando il corpo si riscalda, produce più globuli bianchi. Insomma, sudare non è poi così male…

Camilla Guarino

Capitolo 1. Quadri di un’esposizione
Capitolo 2. Specchi appannati, dialoghi, visioni e déjà-vu

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