Sentirsi umani secondo HOFESH SHECHTER. BARBARIANS conquista Reggio Emilia

Di brutale in barbarians c’è ben poco. Il lavoro di Hofesh Shechter, visto al Teatro Ariosto di Reggio Emilia, è una raffinata trilogia sull’uomo, sull’essere umano, sul sentirsi umano. Una creazione di estrema precisione che indaga le incertezze, gli istinti e le ridicolezze della nostra natura senza trascurare spontaneità e ironia.

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barbarians in love, ph. Christophe Raynaud de Lage

Irrompe sulla scena fumosa il primo pezzo, The barbarians in love, fatto di immagini semplici, movimenti fluidi sui corpi dei cinque danzatori vestiti di bianco che come una squadra di cadetti seguono le dure regole dettate da una voce amplificata e distorta. Viene spiegato loro che sono esseri viventi, che hanno una loro personalità e che non sono soli al mondo. Luci e suoni elettronici si mescolano a musiche barocche rincorrendo e anticipando le corse e i movimenti, rappresentazione della artificiosità e virtualizzazione delle relazioni. La tecnologia scruta minacciosa mettendo tutto in discussione, mentre il resto è solo corpo che si tonifica e suda. Sembra di assistere alla creazione dell’uomo, alla nascita di un essere innocente e potenzialmente fortissimo e perfetto.

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tHE bAD, ph. Tristram Kenton

Secco e dirompente, succede tHE bAD, dove tutto è caos apparente all’interno di un sistema, a partire dalla grafia del titolo. Le musiche incalzanti dai toni elettro-dubstep, hip-hop, crossover e rapcore curate dallo stesso Shechter, insieme ai cinque costumi in spandex full bodysuit giallo oro, creano un’atmosfera travolgente, quasi tribale, in cui movimenti scomposti da clubbing si alternano ad attimi di armoniosa grazia, creando un inevitabile effetto ironico e parodistico di quello che è il ritmo della vita umana. Repentinamente situazioni conflittuali e momenti di insieme aggraziati si scambiano, si intrecciano, si scavalcano. I danzatori appaiono come una comunità di moderni idoli d’oro destinati a scappare dal gruppo in cerca di risposte nella propria solitudine (con assoli o simulando veri e propri break hip-hop) e a rientrarvici ricreando l’ordine.

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Two completely different angles of the same fucking thing, ph. Gabriele Zucca

Conclude la serata un passo a due, che gioca sull’immagine buffa dell’uomo accanto alla bellezza della figura femminile. Goffo, imbarazzato, incapace di azzardare, lui si lascia travolgere dalla maturità della donna trasformandosi in un vaso di pandora di comportamenti standardizzati, dall’affettuoso al più violento. L’uomo e la donna sono due facce della stessa medaglia, due volti dell’amore, o come dice il titolo stesso senza sottointesi Two completely different angles of the same fucking thing: quel pigliarsi, lasciarsi, ritrovarsi e non capirsi che è la vita di coppia. Se nel primo pezzo ci sembra veder nascere l’uomo innocente e puro e nel secondo un essere confuso in preda al caos, quest’ultimo lavoro funge da epilogo dimostrando la versatilità ed espressività dei suoi danzatori.
In cerca di cosa andiamo? -si domanda il coreografo in quel dialogo iniziale con la voce elettronica. Di emozioni forti, lui dice. Di grandi risposte. Ma quello che otteniamo è sempre solo una gran confusione, nuove domande e un ciclo che continua il suo corso. Perché dopotutto come dice la voce fuori campo di Shechter, la verità è una cosa flessibile. Incalcolabile, sfuggevole. Barbari è quello che vorremmo essere, nel senso più antico del termine: estranei, diversi, particolari, impulsivi. Ma dopotutto, siamo tutti fatti della stessa carne, delle stesse lacrime e degli stessi istinti. L’unica dimensione, conclude il coreografo, che ci permette di esprimere tutta la nostra singolarità, il nostro disagio, la nostra irresolutezza è la danza, che effimera per natura si autodistrugge nell’attimo stesso della sua creazione. La danza è l’unica che si può permettere, grazie a coreografi come lui, di creare dei barbari.

Alice Murtas


Teatro Ariosto di Reggio Emilia, 28 settembre 2016

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