Se la Silfide è culturista. Intervista a Francesca Pennini

In occasione dell’arrivo a Bologna della nuova creazione del CollettivO CineticO, Sylphidarium. Maria Taglioni on the ground, abbiamo posto alcune domande alla compagnia ferrarese vincitrice del Premio della Critica 2016 e a Francesca Pennini, regina del gruppo di silfidi in calzamaglia e pelliccia che vedremo esibirsi, volare, sfilare e sudare venerdì 14 ottobre all’Arena del Sole nell’ambito della dodicesima edizione di Vie Festival.

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“Sylphidarium” foto di Viola Berlanda

Come nasce Sylphidarium e come mai tra i tanti “kolossal” del balletto proprio questo riferimento a La Silfide?

Francesca Pennini: «Sylphidarium nasce da due esigenze in particolare. Da un lato quella di continuare una riflessione partita dai 10 miniballetti sulla danza che in quel caso si declinava in una dimensione autobiografica, personale, autoreferenziale e basata sulle scritture coreografiche di quando ero piccola. Volevamo relazionarci alla danza con la D maiuscola, al Balletto, prendendo un titolo emblematico come abbiamo fatto per Amleto. Ci siamo approcciati a una tradizione con uno sguardo estraneo, lo stesso con cui ho lavorato sulle mie scritture riscoprendole da zero. L’altra necessità che ci ha portato alla creazione di Sylphidarium è stata la volontà di approfondire il forte legame tra la danza e l’elemento aereo -anche questo già affrontato nei 10 miniballetti- come danza contemporanea, come movimento in sé, ovvero la sostanza dell’aria che viene rimescolata dal drone presente nello spettacolo. Nel nuovo lavoro l’elemento aereo è proprio statuto dell’anatomia della ballerina: il Silfo è infatti secondo la mitologia nordica il genio dell’aria. La propensione a tendere all’etereo, al leggero, ha generato una serie di conseguenze tecniche, stilistiche e linguistiche che hanno fatto diventare la ballerina una figura emblematica del balletto. L’uso della scarpetta da punta è stata proprio un’innovazione della tecnologia che ha accentuato l’idea del volo, di andare verso l’alto, donando un nuovo senso spaziale alla danza.

Ti andrebbe di raccontarci come avete strutturato lo spettacolo?

F. P.: «Il lavoro è diviso in tre parti: la prima è basata sulla silfide, la seconda su Maria Taglioni – cioè una crepa in cui la figura del performer è posta al di fuori dai riferimenti spettacolari e considerata come individuo a sé con un nome e un cognome. La terza parte invece si rifà al balletto astratto Le Silfidi di Fokine, qui rielaborato come una sorta di esperienza ginnica, cioè danza intesa come movimento puro. Nell’ultimo atto i corpi si spendono nel movimento e si sublimano in un passaggio di stato che non è un diventare aerei e gassosi ma evaporare dal sudore, quindi bruciare. C’è di fondo quest’idea assolutamente ipercalorica: un sacrificio fatto dai corpi per il gusto di distruggersi attraverso la danza e darsi senza riserve. Il corpo in scena in Sylphidarium è pensato come un corpo professionale. Ci piaceva, inoltre, giocare con l’immagine del corpo della ballerina come un corpo semi umano-semi insetto, la mutazione anatomica e l’immagine ideale ben cristallizzate di questa figura. Come l’insetto che depone le uova e vive nelle carcasse degli animali morti, noi abbiamo pensato a questa trasposizione della tradizione e del balletto come una sorta di carcassa in cui si genera vita. Fondamentale è anche il rapporto tra l’interprete e il personaggio o l’interprete e la ballerina. Ci incuriosiva il mito di Maria Taglioni, proprio perché le caratteristiche anatomiche di un certo interprete hanno spesso generato delle conseguenze stilistiche e dei vocabolari di gestualità che rispecchiano la fisicità e la natura di quella persona che lavora sulla scena, che forgia un personaggio e da questo viene forgiata. Il rapporto tra noi e i ruoli che andiamo a “vestire” e ci scambiamo come una “merce” che può essere passata da un performer all’altro, è stato importante per le relazioni che si innescano nella drammaturgia del balletto La Silfide e nella drammaturgia degli interpreti.

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foto di Giuseppe Distefano

Eppure, dal titolo si evince una sorta di materializzazione della Silfide “on the ground”, o quantomeno un allontanamento dall’idea di etereo e di aereo di cui ci hai parlato. Perché questo ribaltamento verticale del personaggio e in quale modo avviene questo processo?

FP: «Si, c’è questo rapporto tra la tensione verticale e spirituale del balletto e la presenza invece terrena, concreta, dei corpi, non esclusivamente dal punto di vista di un lavoro a terra come è tipico della danza contemporanea, ma in un binario alto/basso e nel binario di esposizione verso il proscenio e verso il fondo. Ci sono quindi due direzioni che si mescolano, e questo da un lato è sottolineato dalla struttura scenografica “a limbo”, una curva bianca di scivolamento verso l’alto e il basso in cui non c’è un orizzonte né distinzione tra palco e fondale. D’altra parte, molto fortemente, questo effetto è dato dalla musica: la composizione originale di Francesco Antonioni prende riferimento dai brani di Chopin utilizzati ne Le Silfidi. La scelta degli strumenti è stata pensata proprio su questo rapporto tra aria e terra, quindi abbiamo scelto le percussioni per dare un impatto, una presenza terrena, percussiva, concreta, di contatto, e il violino come elemento impalpabile, alto, aereo, sottile, incorporeo. E il dialogo fra questi due avviene attraverso la musica elettronica dal vivo eseguita da una violinista, Marlène Prodigo, e un batterista, Flavio Tanzi, presenti in scena».

Sylphidarium è molto legato all’uso dei costumi e alla performatività della sfilata…

«In questo spettacolo i personaggi possono passare da un performer all’altro, dando allo spettatore una chiave di lettura un po’ enigmistica, un innesco in parte ludico, per riconoscere i personaggi attraverso degli indizi. Il riferimento estetico è quello della sfilata di moda: vengono semplicemente presentati i modelli/esemplari/personaggi e date le istruzioni su come riconoscerli dalla voce di una sorta di documentatore, Francesco Antonioni in questo caso. Il costume è la possibilità di slittamento, di mutazione, di moltiplicazione, che porta a una terza connotazione: la somma dei due darà sempre un nuovo risultato, non è importante che ci sia un James o più James. Viceversa l’assenza del costume diventa la presenza del performer, un corpo professionale che fa il suo lavoro sulla scena. Ci sono più di cento cambi costumi e la dinamica dello spazio continua con un’alternanza di entrate e uscite seguendo, appunto, la struttura della sfilata ma le varie combinazioni dei personaggi in scena e il senso di ciascun quadro, seguono la drammaturgia del balletto anche se, chiaramente, abbiamo cercato di destrutturare lo spettacolo per non renderlo totalmente leggibile».

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foto di Viola Berlanda

Com’è stato lavorare con Francesca Pennini a un lavoro così complesso, articolato, che dà molto spazio alla personalità degli interpreti?

Stefano Sardi: «Nella vita insegno canto moderno e pianoforte, sono un musicista. Da due anni lavoro attivamente con Francesca, prima con Amleto, poi con performance site specific, e ora con Sylphidarium. Devo dire che ogni progetto di CollettivO risulta complesso, quest’ultimo forse è il più corposo e intenso di tutti. Sono convinto che Francesca abbia il dono di saper cogliere il lato migliore dei suoi interpreti, sviluppando con sapienza inclinazioni, pregi latenti o patenti di ciascuno, mettendo poi tutto al servizio di una precisa poetica. Personalmente mi ha sempre spinto là dove mai avrei pensato di arrivare. È una sfida nonviolenta ai propri limiti che conduce a una maggiore consapevolezza, a se stessi».

Angelo Pedroni: «Sono 7 anni che lavoro con Francesca Pennini. Questa è la prima volta che ci siamo misurati con un progetto così articolato e con nuove collaborazioni artistiche. Ho visto una grande disponibilità da parte di Francesca verso il dialogo con tutte le parti coinvolte riuscendo a coordinare tutto. Ci siamo soffermati intensamente su persona e personaggio, sulla creazione dell’eccessivo enorme crogiolo di esseri da conoscere e realizzare partendo dai costumi e dalle peculiarità fisiche, e ci siamo scoperti in scena come lavoratori denudati da ogni personaggio, buttati lì, a mangiare insieme, nella semplicità e nel divertimento».

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