Today, a very sad day. MOEDER di Peeping Tom al Festival Aperto

Siamo a un funerale, qualcuno appende dei quadri di famiglia, una Vergine Maria è appesa sul lato destro della scenografia. Una donna delle pulizie si ferma immobile al centro della sala, ci guarda. «Today is a very sad day». Si sente il rumore dell’acqua concretizzato dai gesti di un interprete. Una donna sta per partorire e la sala operatoria (una stanza vetrata centrale, posizionata sul fondo della scena) si trasforma in una sala di registrazione in cui, mentre una bambina viene al mondo, il nonno si mette a suonare la tuba, la nonna segue il ritmo stendendo con forza un pezzo di stoffa e le urla della partoriente si trasformano in Cry Baby di Janis Joplin. L’ostetrica con guantoni insanguinati resta da sola in scena: si tocca il pube, sanguina tra le gambe, sembra che la piccola protuberanza della sua pancia voglia fuoriuscire con tutta la sua forza, una forza che la inarca, la spezza, e le braccia appaiono pesanti, senza vita, appese al corpo e arrese alla forza di gravità fino quasi a toccare il suolo. La performer contorce il viso disperato, malinconico, triste, dolorante, spaesato come quello dello spettatore immerso in un ambiente disambiguante, che acquista nuovi sensi rispetto alle parole e ai gesti degli interpreti. Siamo in un museo, in una sala d’attesa del reparto maternità di un ospedale, in un salottino borghese con tanto di quadretti familiari appesi al muro…

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ph. Herman Sorgeloos

E potrei continuare per ore, perché per raccontare Moeder (madre) di Peeping Tom, prima italiana vista al Teatro Ariosto di Reggio Emilia, non basta una semplice recensione. Dove siamo? Ci troviamo in un mondo grottesco, inquietante, opprimente, dilaniante. Ma la complessità e la forza di questo lavoro non è solo il risultato dell’unione di vari linguaggi artistici (musica, teatro, danza, scenografia), tipica negli spettacoli della compagnia belga, è soprattutto data dalla potenza espressiva dei performer: il pubblico ride con loro, piange con loro, si dispera con loro, si appropria del loro dolore. Perché, in qualche modo, parlare della famiglia e approfondire le figure genitoriali vuol dire voler scavare nel profondo di ognuno di noi, toccare corde empatiche molto intime e comuni a tutti. Se si ha o meno una famiglia non fa differenza, saremo comunque forgiati da uno spettacolo del genere, perché anche l’assenza ci trasforma, ci modella, perché siamo il risultato di un amplesso, plasmati poi dai limiti, dai tabù, dai meccanismi sociali.

Gabriela Carrizo (coreografa e regista) e Franck Chartier (in questa occasione assistente artistico) continuano una trilogia, iniziata nel 2014 con Vader (padre) e che dovrebbe concludersi nel 2018 con Kinderen (figli), concentrandosi sulla famiglia e soffermandosi, in questa seconda tappa, sulla figura materna. Siamo davanti a gravidanze dai tragici risvolti, aborti spontanei o forse voluti, uomini soli vedovi due volte, quadri umani che tentano di uscire da una cornice, bambine di sette anni bloccate in una soffocante incubatrice, bambine raggrinzite e dai capelli lunghi e grigi stese in un cassetto/cella frigorifera.

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ph. Herman Sorgeloos

Ricorrente è il rumore dell’acqua che ci ricorda le lacrime di un bambino, di una madre, di un padre, il liquido amniotico in cui un performer seminudo si agita scivolando sul palco, il liquido in cui cresciamo incontaminati, immuni alla bruttezza quotidiana, protetti dal tepore del grembo materno. L’acqua è metafora di scorrimento, del lasciar andare, dell’allontanamento, dell’abbandono, della perdita. Come a voler dire che la caducità della vita impera nelle relazioni quotidiane? Che la gravidanza ha una doppia connotazione? Che una donna si libera dal dolore solo attraverso la morte? Ed è in questo fluido scenario che la perdita viene enfatizzata ironicamente da un malandato distributore automatico di caffè che, prima di smettere di funzionare e prima di ricevere inutilmente un massaggio cardiaco, partorisce una donna, collegata a un tubo/cordone ombelicale, che invece di piangere canta «I’m Fool to Want You» di Billie Holiday.

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ph. Herman Sorgeloos

Guardavo quei corpi deformi, impacciati, compulsivi, disarticolati, sobbalzanti, buffi, scomposti, funerei, desolati, e tentavo di ricucire l’aleatorietà di una trama che si distorce nella concretezza dell’architettura scenica. Moeder è una performance estrema, devastante, intrisa di iperrealismo, di decostruzioni, costruzioni, che vuole raccontare la figura materna, gli incubi e i desideri della società, dell’individuo, il peso che può avere la vita e il peso che può avere la morte; vuole mostrare madri esposte come in un museo, madri lacerate dall’indecisione, madri spaventate dall’essere madri, madri che cantano (urlano) fino a graffiarsi la gola, madri umane, madri che non hanno pace. Peeping Tom fa “brillare” le nostre oscurità, fa male agli occhi, fa pensare che “oggi sia una giornata molto triste”, fa luce sulla fragilità di un cuore umano incorniciato, ferito, sanguinante, rattoppato e inchiodato a una parete.

Alessandra Corsini


Teatro Ariosto di Reggio Emilia, 15 ottobre 2016

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