Non ci restano che semplici parole. BABELE di Virgilio Sieni

img_0915
ph. Sara Arfanotti

Quindici banchi, quindici sedie, quindici studenti e altrettanti arlecchini, qualche mano alzata e qualche banco spostato, sbattuto, qualche dito accusatorio. Una ragazzina scura di carnagione, un signore che potrebbe essere suo nonno, sei danzatori, due signore graziose e raffinate, tre signori misteriosi e raffinati, un perfomer non vedente, ma solo alcuni spettatori se ne accorgono, e un ragazzo leggero, sospeso in questa atmosfera onirica. Un tappeto bianco in platea e un chitarrista, Roberto Cecchetto, sul palchetto dietro la scena nel Saloncino del Teatro della Pergola di Firenze, dove il 28 ottobre ha debuttato in prima assoluta Babele di Virgilio Sieni, in occasione del festival La democrazia del corpo curato dallo stesso coreografo.

Non è la prima volta che il danzatore “capocomico” utilizza degli arlecchini nei suoi lavori, nel De Anima e ne Il seme del piangere gli interpreti indossano calzamaglie colorate, gorgere e cappelli; infatti, in questo lavoro vengono indossate giacche che richiamano chiaramente le maschere della Commedia dell’Arte.
Pensandoci bene pare una scena comica: una classe di tutte le età in cui qualcuno alza la mano per fare una domanda, qualcun altro cerca di far capire a gesti al danzatore non vedente che i banchi non si possono sollevare. Gli studenti/arlecchini si tolgono un indumento, escono lasciando i vestiti sui banchi per poi rientrare e ricomporsi per iniziare una lezione dove ognuno costruisce con carta e scotch una torre.
Bizzarra come classe in effetti, ma per niente comica. L’atmosfera è malinconica. Triste. Drammatica. Le mani alzate a chi sono rivolte? Chi ascolta le domande, c’è qualcuno che le capisce? Come fa lo studente cieco ad accorgersi che quello che sta facendo è vietato? Un’incomunicabilità che non si risolve neanche attraverso i gesti.

img_0823
ph. Sara Arfanotti

La musica dal vivo di Cecchetto e il tappeto bianco, come in Angelus Novus debuttato lo stesso giorno ma di un anno prima, rende la scena sospesa, come costituita da tante parole, messaggi e pensieri che galleggiano in un’aria incerta, a tratti serena, ma anche in un mare in tempesta lontano, come quello che si trova sotto La zattera della Medusa di Théodore Géricault, sotto le stracolme imbarcazioni di migranti o sotto l’arca di Noè: queste sono le immagini che trasmettono gli interpreti quando sono sopra quindici banchi attaccati, sopra una pedana immaginaria che sostiene i corpi accalcati. E se qualcuno scivola fuori verrà poi risucchiato sulla zattera grazie a quel magma di umanità in cui gli arti, in continuo movimento, si confondono accogliendo l’altro. Una comunità che con una pacca sulle spalle si congratula per il risultato fin’ora ottenuto, per una missione forse impossibile da raggiungere: ritrovare una lingua universale.

«Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole […] Si dissero l’un l’altro: […] “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra».

(Gen. 11, 1-9)

Vari sono stati i tentativi degli arlecchini di costruire una torre, con la carta, con i banchi, con i corpi, fino a comporre in proscenio una cittadina, una metropoli formata da tanti edifici diversi; come diverse sono state le persone che le hanno fatte, da chi gli tremava la mano nel cercare il capo dello scotch, a chi affidava tutto al tatto senza sapere come erano le costruzioni degli altri.

img_0963
ph. Sara Arfanotti

Virgilio Sieni riprende l’architettura coreografica di alcuni precedenti suoi lavori, in modo da creare un continuum sia con la partitura di movimenti creata con gli amatori che con quella della Compagnia. Tre file di banchi vanno a creare una proliferazione del gesto costituita da piccoli movimenti tipici di una classe scolastica, ma continuamente riscoperti. Ritroviamo anche le spazzolate che ripuliscono la scena, gli interpreti escono come un’onda portata via dal vento lasciando, come residui, corpi fragili con le loro diversità. Corpi anche ingordi e famelici che seduti ognuno al suo posto cercano di mangiare l’aria sperando forse di trovarci qualche parola universale sfuggita a Dio.
Ma ecco che, dietro a una barricata di banchi accatastati come macerie e a una cittadina di carta che per una folata di aria in più è pronta a essere distrutta da una reazione a catena, gli interpreti dal fondale avanzano incerti, lenti, a occhi chiusi, in contatto, fino a che sfiorano i banchi e alzano le mani arrese come riconoscimento della molteplicità costitutiva dell’umanità stessa.

Camilla Guarino


Teatro della Pergola di Firenze, 28 ottobre 2016

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...