Oltre le differenze: la danza al Festival Gender Bender

Qualche giorno fa a Bologna si è chiuso Gender Bender, il festival interdisciplinare che da 14 edizioni opera nell’ambito della cultura queer facendo delle differenze vere opportunità di scambio e di riflessione a livello artistico e socioculturale. Il corpo, inteso dunque come primo luogo da esplorare, ricostruire e contemplare in questo senso, è qui il protagonista di quest’indagine che troviamo negli appuntamenti della danza del festival, oltre del cinema, delle arti visive e tanto altro. Abbiamo provato a seguirli quasi tutti e a trovare alcune chiavi di connessione tra i vari lavori ospitati, nonostante alcune scelte ci siano sembrate farraginose e confuse rispetto ad altre edizioni. La prima sensazione è quella di un abbandono della sessualità marcata per valorizzare invece un dialogo e un’intercambiabilità con la cultura etero, cancellando dunque le differenze e non esaltandole. In secondo luogo, in tutti è evidente una performatività legata al fattore materiale e alla gestualità quotidiana sfruttando sulla scena oggetti concreti e significanti. Nel complesso risulta, quello della danza, un programma frammentario, e ogni lavoro incanalato in un’indagine diversa, a volte superflua in altre brillante, che fa forse però ancora fatica a trovare realmente qualcosa da dire e a prendersi un po’ meno sul serio.

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“Happy Hour”, Alessandro Bernardeschi e Mauro Pacagnella

Happy Hour significa “ora felice” e proprio così, felicemente, passano i 60 minuti che Alessandro Bernardeschi e Mauro Pacagnella ci offrono in loro compagnia al Teatro Arena del Sole. Un susseguirsi di racconti ed esperienze personali distillati in contenitori scenici chiamati “materie” inframezzati da imitazioni di interviste dove, alternativamente nel ruolo di intervistatore e intervistato, i due ci parlano del loro lavoro. Il rapporto con il pubblico è pressoché costante e diretto, a volte fisico: una conversazione amichevole condotta sul filo di una leggera e spensierata ironia che suscita ilari sorrisi sui volti degli spettatori.
Sul palcoscenico la finzione è messa da parte, il qui e ora teatrale è costruito da Mauro e Alessandro attraverso il racconto di alcuni aneddoti reali, il ritorno di ricordi passati evocati e danzati su di una scena scarna per mezzo di oggetti semplici: due sedie, un tavolino, coriandoli, piume, parrucche e canzoni di artisti che hanno segnato la giovinezza, come Bob Dylan o Amanda Lear. È come se ci trovassimo difronte a una finestra spalancata sul loro vissuto d’artista e al contempo sul loro essere persone comuni. Inaspettatamente la situazione cambia, è l’altro lato della finestra ad attirare l’attenzione dei riflettori, il “noi” autoreferenziale degli artisti muta in un solleticante “voi” rivolto al pubblico: si tratta di un invito a salire sul palco diretto a chiunque lo desideri. Un modo per rendere attivo lo spettatore sinora relegato al suo usuale ruolo di passività e per inglobare, con un simpatico stratagemma, la dimensiona autentica e unica di questa replica dello spettacolo nel flusso di esperienze vissute che il lavoro si prefissa di raccontare.

Altro duo, altro tavolo, altre sedie, ci aspettano all’AtelierSi con A Room For All Our Tomorrows, firmato dai britannici acquisiti Igor&Moreno. Il piano in legno vastissimo ospita una macchina per il caffè, un contenitore colmo di cialde e una coppia di tazzine in vetro. Due figure, che paiono sbucate da un film di Wes Anderson, entrano sulla scena. Un grido prolungato ed energico viene lanciato nel silenzio, i performer si muovono percorrendo lo spazio attorno al tavolo attenti, sincronizzati, guidati da una partitura vocale da loro stessi costruita come si trattasse di uno scambio di battute. Comunicazione quasi animale, decoupage di urla, sussurri, guaiti vocalici il cui scopo evidentemente non è trasmettere significati ma evocare emozioni nate da un botta e risposta in bilico tra il nasale e il gutturale. Stesse corporature, stessa altezza, stesso taglio di capelli, stessa fisionomia e stesso abito doppiopetto sulle tinte sgargianti di rosa e fuxia. Il momento è surreale. Due esseri della stessa specie sono inseriti nel quadro del comune rituale profano del “prendiamoci un caffè”. Ed ecco che appare chiaro, siamo oniricamente calati nell’interiorità. Viene data voce e corpo alle reazioni che nascono dall’incontro con l’altro in una gamma emozionale che va dalla rabbia all’apatia, passando per l’affetto e la serenità. Igor&Moreno costruiscono picchi di caos e calma piatta servendosi sapientemente, oltre che del movimento, anche degli oggetti di scena, quotidiani e straordinari allo stesso tempo, sintesi di realtà e sogno, come il lato di un qualsiasi tavolo che può diventare un pianoforte o il fiume di caffè che scorre ininterrotto sul pavimento, simbolo forse di tutte quelle relazioni umane che sfuggendo di mano creano un’anomalia alla quale con il tempo si finisce inevitabilmente per abituarsi.

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“RA-ME”, Lara Russo

Meno quotidiani sono invece gli oggetti in scena nel lavoro di Lara Russo, RA-ME, in cui un trio maschile dalle fisicità eterogenee indaga le possibilità cinetiche di un corpo in continua relazione con tre tubi di rame, materiale antico dalle proprietà benefiche e cancerogene allo stesso tempo. I tre, accerchiati dal pubblico seduto sul palco del Teatro Duse, sembrano cimentarsi in un gioco di responsabilità e dipendenza dall’oggetto che ben si collega alla prima parte del sottotitolo, Cercare coraggio, mentre la seconda, Proteggere innocenza, pare alquanto lontana dalla concretezza di un lavoro fatto di puntualità, perfezione geometrica, massima concentrazione e tendenza al rischio, che ci sembra poco fedele – se non per la banale presenza conclusiva di un nudo – alla vocazione del festival. Nel complesso risulta interessante l’armonia tra i sei elementi in scena e l’imprevedibilità del loro perpetuo moto siderale.

La conduzione termica del rame ci trasporta poi verso un ben più intimo, caldo ed effimero luogo, quello di Within her eyes di James Cousins all’AtelierSì, un passo a due sulla fragilità delle relazioni, sulla fiducia e il supporto affettivo in cui la danzatrice, una delicatissima lei vestita di bianco e dai lineamenti asiatici, si avvinghia, si arrotola e srotola per 15 minuti, senza mai toccare terra, sul corpo di un lui in abito scuro che la sostiene dal basso come un piedistallo, come un albero robusto, come una scialuppa di salvataggio. Si intrecciano, per un attimo si guardano, lei è sfuggevole, decisa, irruenta, lui la guida e la accompagna. Potrebbero essere una figlia e un padre, una coppia d’amici, una coppia d’amanti, come lui stesso ci spiega durante il coinvolgente incontro coordinato dalla vivace drammaturga Peggy Olislaegers: assistiamo a una chicca, una brevissima metafora, quella di Cousins, che non vuole limitarsi a essere una semplificazione della vita di coppia tra etero, ma i cui elementi sono intercambiabili e inseparabili, come uno yin e uno yang, come i fattori femminile e maschile che stanno in ogni essere umano.

Sconvolge invece per banalità e inutile spreco di energie e movimenti Object al Teatro Arena del Sole, un solo che si propone come indagine sull’esposizione cruda del proprio corpo allo sguardo dell’altro firmata dagli artisti israeliano-olandesi, Ivgi & Greben, che portano in scena una sequenza ripetitiva ed esagitata che non offre alcuna riflessione eseguita da una danzatrice vestita solo da strati di domopack. Segue un ermetico lavoro impregnato di surrealismo e ironia, Aneckxander. Definito una “tragica autobiografia di un corpo”, questo assolo mostra il performer belga Alexander Vantournhout in veste di un Pierrot-Pulcinella. Entra con la sua pianola, collettone elisabettiano, zeppe e guantoni da boxe neri che posiziona intorno a sé. Muove il suo corpo asciutto e glabro sfidandone i limiti delle articolazioni e creando qualcosa di mostruoso che ricorda vagamente la non-danse di Xavier Le Roy. Si snoda tra capriole e contorsioni, prima totalmente nudo poi tentando di aiutarsi nelle sue ruote e nei suoi balzi con guantoni e zeppe, che a momenti attutiscono e sostengono le sue acrobazie sconclusionate, in altri ne rendono pericolosa e instabile la riuscita. I numeri si susseguono scanditi da un accompagnamento musicale di brevissimi riff suonati alla tastiera poi ripetuti in loop, estratti da composizioni di Arvo Part. Il pubblico è coinvolto dallo sguardo a volte apatico, a volte dispiaciuto, a volte ironico del performer, messo alla prova in maniera estenuante davanti a un’infinità di sketch, esattamente come Vantournhout fa con le sue giunture. Aneckxander è una sfida estrema, un gioco di gruppo e di relazioni che accoglie ogni genere di imprevedibilità e che si lascia guidare dalle reazioni di chi guarda.

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“West End”, Chiara Frigo, ph. Giorgio Termini

Chiudiamo con West End di Chiara Frigo, uno spiazzante assolo sulla crisi dell’Occidente e dei suoi valori. Il lavoro, nato insieme alla stretta collaborazione della performer Amy Bell, del drammaturgo Riccardo de Torrrebruna e dei tecnici luce e audio Moritz Zavan Stoeckle e Mauro Casappa, apre svariati punti di domanda sul sentirsi occidentali oggi, sull’identità del singolo e sul suo libero arbitrio, e lo fa attraverso il più irriverente e burlesco genere performativo. Vaudeville, canzonetta e tip tap fanno di questo spettacolo una confettiera di satira, denuncia e riscatto in modo lineare e divertito, sfruttando aneddoti della vita della stessa Bell – che ricorda una giovane Valeska Gert col suo taglio corto e straordinaria mimica – e azioni spettacoli feroci come lo spargimento delle ceneri sul palco dell’AtelierSì di quel che rimane della Carta dei diritti dell’uomo e della rivoluzione sessuale. West End è un lavoro arguto e coraggioso, che regala una felice ora di commistione tra la danza contemporanea e il tip tap che qui finalmente resuscita dal torpore e dall’immagine di genere esclusivo e di nicchia, al contrario estremamente potente e potenzialmente aperto a nuove letture.

Marta Vettorello e Alice Murtas


26 ottobre – 6 novembre 2016, Bologna

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