La danza senza confini di Silvia Gribaudi

Come vive la vecchiaia la donna contemporanea? Da questa domanda parte il Progetto Over 60 di Silvia Gribaudi, coreografa che conduce workshop con non professionisti in varie città italiane. Il 27 novembre Gribaudi ha iniziato a Pieve di Cento – all’interno di Agorà, stagione teatrale dell’Unione Reno Galliera curata da Elena Di Gioia – un laboratorio che coinvolge le signore del posto e che terminerà con una presentazione aperta stasera, domenica 4 dicembre, al Circolo Arci KINO (ore 21). La danzatrice, vincitrice premio pubblico e giuria GD’A Veneto 2009 e selezionata nel 2010 in Aerowaves Dance Across Europe, ci ha raccontato come si è avvicinata all’argomento e come riesca ad affrontare con ironia tematiche sociali importanti mettendo al centro il corpo che, dunque, diventa protagonista del suo lavoro.

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Silvia Gribaudi, ph. Luca Giabardo

Com’è nato il Progetto Over 60?

L’idea nasce grazie a Operaestate Festival Veneto di Bassano del Grappa che nel 2011 mi ha commissionato il progetto circoscritto al territorio e ha avuto un seguito al festival Gender Bender nel 2012. Da questo momento in poi è iniziata una vera e propria passione, un interesse particolare a coinvolgere persone che non hanno mai fatto né danza né teatro. Volevo entrare nel tessuto sociale di vari paesi e cercare di immergere i partecipanti in un linguaggio che di solito non si conosce a fondo. Questo processo avviene anche con l’aiuto degli apparati organizzativi che ci ospitano: devo ringraziare Elena Di Gioia che a Pieve di Cento ha fatto una grande distribuzione, in alcuni casi andando a recuperare personalmente i partecipanti.

Cosa succede durante il workshop?

Il laboratorio non coinvolge solo le persone che hanno deciso di mettersi in gioco, non si limita a essere un training quotidiano di due ore, ma fa da cornice a un lavoro più grande che si svolge fuori dalla sala. Le partecipanti non solo indagano su se stesse, ma grazie a delle interviste tentano di ricostruire le storie di altre donne coinvolgendo anche novantenni e soffermandosi sul loro rapporto con la danza e il movimento. Ogni luogo implica diversi incontri e, indubbiamente, mi interessa come il territorio possa modificare gesti e persone, quindi a volte mi pare inevitabile l’approccio antropologico e sociologico. È un progetto che si fonda sull’osservazione, è un’indagine che si interroga e che allo stesso tempo pone delle domande. Come coreografa non voglio imporre un linguaggio, ma far conoscere, trasmettere, l’arte performativa e allo stesso tempo ascoltare la parte più istintiva delle partecipanti.

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Progetto Over 60 a Pieve di Cento, ph. Lucia Sciuto

Nei suoi lavori passati ha affrontato diverse tematiche: i diritti umani, le differenze di genere, la figura femminile e ora anche l’anzianità. Che ruolo hanno la danza e il corpo? Come riescono a farsi portatori di argomenti importanti che affondano le loro radici nel sociale e nel quotidiano?

Nasco come danzatrice, quindi per me la danza è un linguaggio che inevitabilmente rende protagonista il corpo. Spesso consideriamo le parole e i gesti lontani dai tipici canoni dell’arte del movimento, invece io credo siano parte integrante perché partono, appunto, dal nostro corpo. In questo senso la danza è sempre presente e fondamentale. Bisognerebbe creare un ambiente che metta a proprio agio ogni singolo individuo, così da permettere un ascolto profondo che includa il proprio corpo.

Il workshop viene presentato come un laboratorio di teatro e danza. Come vengono unite queste discipline considerando che ci si approccia a un gruppo di non professioniste?

Di solito uso questi termini per semplificare. Soprattutto in luoghi in cui ci si dedica poco alle attività culturali, utilizzando la parola “danza” si crea un immaginario comune diverso dal lavoro che svolgo con le donne over 60. Teatro e danza sono termini più familiari che possono attirare un numero più ampio di persone ignare, una volta in sala, di dover sperimentare il “linguaggio del corpo”. Se non lo presentassi in questo modo non verrebbe nessuno. È un piccolo “tranello” che utilizzo a fin di bene, per far cadere l’attenzione sulla danza contemporanea che non è ancora ben radicata nella nostra società. Manca una cultura del corpo, quindi c’è una difficoltà generale nel comprendere questa disciplina, ed è facile crederlo soprattutto se pensiamo alle signore abituate a stare davanti alla TV. L’obiettivo è incontrare diverse tipologie di persone, di diversa estrazione sociale, di diversa cultura e presentarlo come un “laboratorio di teatro e danza” aiuta l’interlocutore a venire.

È difficle avvicinarsi a corpi anziani che, spesso, si mostrano sedentari, fragili. Quali sono i risultati ottenuti durante queste giornate di lavoro?

Mi interessa indagare come la donna contemporanea viva la vecchiaia in questo periodo storico. Sto parlando della una nuova generazione di settantenni. Le partecipanti, soprattutto quelle nei dintorni di Bologna, sono donne che sanno cosa vuol dire combattere e parlare di identità. Durante il laboratorio si gioca con alcuni stereotipi che vengono messi addosso a signore di una “certa età”. L’ironia è un elemento importante perché ci permette di giocare sui cliché, su alcune cose che non ci permettiamo più di fare, di destrutturare continuamente quello che gli altri si aspettano da noi e, nel caso specifico, quello che le “over 60” si aspettano da me quando decidono di partecipare al workshop. È bello vedere che anche quando propongo cose inusuali loro provino piacere e divertimento, soprattutto nel momento della vera improvvisazione: mi riferisco alla complicità che si crea in un gruppo che si capisce senza sapere come si chiamino gli altri componenti. Il primo racconto viene dal corpo, più che dalla parola o dal nome.

Per quanto riguarda i suoi progetti futuri…

Sicuramente Over 60 è un progetto che continuerà grazie anche ad Anticorpi che mi permette di partecipare a una rete di residenze. Il lavoro si sposterà a Civitanova Marche, a Mondaino e a Castiglioncello. In futuro voglio creare uno spettacolo che mi vedrà in scena utilizzando tutto il materiale di ricerca raccolto durante i laboratori.
Ma voglio anche concentrarmi su altri lavori sempre collegati al corpo e all’identità, in particolare al corpo boteriano. Sono incuriosita dalla trasformazione, da come riusciamo a cambiare, a invecchiare, ingrassare, ecc. Sono tanti gli argomenti che vorrei affrontare. La danza mi permette di esplorare, non ha limiti né di età né di spazi, è un linguaggio universale e non ha bisogno di traduzioni. La danza è capace di arrivare dovunque perché non ha confini.

Alessandra Corsini

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