“Dissezionare acusticamente il corpo”. Intervista a Enrico Pitozzi su ANATOMIA di Simona Bertozzi

In occasione di Anatomia di Simona Bertozzi, in scena venerdì 24 febbraio alle 21 al Teatro Cantiere Florida di Firenze, abbiamo deciso di fare qualche domanda a Enrico Pitozzi, docente del Dams di Bologna, esperto di danza e new media, che ha collaborato al progetto. Anatomia è un’unione di corpo e suoni concretizzata dalla partitura coreografica della danzatrice e da Francesco Giomi (musicista e sound artist) presente sul palco.
Enrico Pitozzi ci ha raccontato il suo incontro con la coreografa italiana e come il dialogo tra l’artista e lo studioso possa aprire un terreno fertile, indirizzare il lavoro, fare da guida per “sintonizzarsi” sensibilmente con la creazione.

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Anatomia, Simona Bertozzi

Come è nato questo incontro con Simona Bertozzi?

L’incontro nasce dal comune sentire intorno ai temi del corpo. Ciò che ci unisce è una stessa tensione verso la conoscenza della percezione come elemento dal quale sviluppare un universo di forme anatomiche: l’immaginazione come forma per il corpo. Intorno a questo ruota il dialogo che mi lega alla visione coreografica di Simona Bertozzi, al modo in cui – come un animale in agguato – misura lo spazio per disegnare figure nello spazio dell’aria. Molti, tra coreografi più o meno giovani, considerano la coreografia una pratica di disposizione dei corpi nella geometria di una sala; Simona Bertozzi ha capito, invece, che coreografare significa abitare le forme del movimento, e solo mediante queste tracciare diagrammi che diventano spazio. Lo spazio, senza questa impronta del corpo non esisterebbe. Ci sarebbe solo la geometria di un palco, non uno spazio che, invece, è il modo intimo in cui i corpi abitano la geometria.
Da questo è nato anche il progetto sviluppato e condiviso con i meravigliosi compagni di strada del Teatro Dimora di Mondaino, senza i quali il nostro dialogo non si sarebbe aperto ad altri interlocutori. Prima con Pneuma e oggi con Volcano, abbiamo dato vita ad uno spazio in cui esplorare – con altri coreografi e teorici – gli elementi che riteniamo fondamentali nel pensare la coreografia.

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Da sinistra: Francesco Giomi, Simona Bertozzi, Enrico Pitozzi

«Anatomia nasce dall’incontro tra due corpi: uno biologico, l’altro sonoro. […] Tagliare, incidere, dissezionare acusticamente il corpo e il suo spazio per far scaturire un’immagine […]». Così ha definito il lavoro, cosa intendeva con “dissezionare acusticamente il corpo”?

Tutto parte da una domanda: date determinate sonorità – composte con l’eleganza, la finezza e la matericità di cui Francesco Giomi è capace – come reagisce un corpo? Come può il suono dialogare in modo non banale – non ritmico – con un suono?
Partendo da queste domande, con Simona Bertozzi e Francesco Giomi – senza dimenticare l’apporto prezioso di Antonio Rinaldi (progetto luci e set spazio, ndr), che ai due corpi ha dato sostanza cromatica – abbiamo cercato di pensare al corpo come a un risuonatore: corpo danzante e corpo sonoro sono due acceleratori di forme. Il suono permette a Simona Bertozzi di esplorare le potenzialità della sua anatomia e a sua volta ciò che prende forma in scena alimenta il gesto sonoro di Giomi che, in tempo reale, dialoga con quello che vede in scena, con la sua temperatura.
Dissezionare acusticamente il corpo significa dunque alimentare questo continuo processo in cui corpo e suono reagiscono l’uno all’altro, senza gerarchia, senza dicotomie: l’uno e l’altro producono spazio.
Se dovessi riassumere l’anatomia che abbiamo in mente in un’immagine, questa sarebbe quella di un corpo dalle doppie radici: da una parte piantate a terra, dall’altra connesse con le stelle. Costruire un corpo vettore, un corpo mappa che evidenzi le linee e le traiettorie verso la terra e le stelle attraverso questi due elementi, che sono a loro volta manifestazione di intensità, il corpo umano e il suono.

Come avviene l’approccio di uno studioso durante il lavoro di creazione? E, dunque, in cosa consiste il suo contributo in termini pratici ?

L’approccio di uno studioso e il mio contributo operativo è un dialogo capace di capire e individuare delle traiettorie di ricerca, anche pratiche, sintonizzandosi sugli elementi impalpabili della creazione; è una questione di sensibilità. Sentire allo stesso modo in cui sentono Bertozzi, Giomi e Rinaldi, con le sfumature del pensiero che ci sono proprie, la velocità delle idee che ci caratterizza, tesi nella creazione di mondi ai quali si cerca di dare una forma condivisa, perché questa possa restare oltre noi, nonostante noi. Dunque il mio non è un approccio analitico, è compositivo: è analitico nei modi in cui lo può essere una composizione. Il mio compito? Intuire l’universo di forme che si stanno organizzando e contribuire a delinearne l’impalcatura: un occhio che vede profondamente dentro le cose della scena standone prudentemente e rispettosamente fuori.

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