“Siamo opere d’arte”. Intervista a Yoshito Ohno maestro del butoh e in scena stasera al Dom di Bologna

Le scene del butoh: corpi, memorie, archivi. Incontro con il maestro Yoshito Ohno. Questo il titolo dell’incontro tenutosi al Dipartimento delle Arti di via Barberia a Bologna, in cui hanno preso parola anche Giovanni Azzaroni, Eugenia Casini Ropa, Febo Del Zozzo, Samantha Marenzi, Elena Cervellati e Matteo Casari. Yoshito Ohno si è raccontato, approfittando dei tanti aneddoti della sua vita d’artista, per introdurre il lavoro di residenza Jokyo, svolto al DOM – la Cupola del Pilastro in collaborazione con Laminarie, e in scena stasera alle 21 con la partecipazione di Fabio Del Zozzo e di otto giovani non professionisti.
Il butoh, che è per lui una preghiera e una via che permette un mondo fatto di persone felici, diventa protagonista in questa occasione di lavoro, di trasmissione ai giovani: un momento di condivisione per dare la giusta importanza alla vita.
Al termine dell’incontro abbiamo incontrato il maestro Yoshito Ohno che ci ha spiegato meglio cos’è il butoh oggi, una contestazione e una raffinata rivoluzione, i suoi desideri, le sue attese e i suoi sogni.

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ph. Mario Carlini

Il Butoh ancora oggi fa fatica a trovare una certa risonanza in Italia rimanendo ancora circoscritto a chi vi si dedica con la pratica o a chi comunque si occupa prettamente di danza. Potrebbe a questo proposito spiegarci brevemente come nasce il Butoh, secondo Yoshito Ohno?

La danza butoh è nata nel 1959 con lo spettacolo creato e danzato da Tatsumi Hijikata, in coppia con me, dal titolo Kinjiki (Colori proibiti) che ha come argomento principale il tema dell’omosessualità. In seguito, questo lavoro accolse anche mio padre, il maestro Kazuo Ohno, diventando così un trio. Un giorno chiesi a mio padre come si potesse esprimere la bellezza del fiore e lui rispose che «l’espressione ha sempre dei limiti ed è così che ho deciso di diventare io stesso il fiore». In questo modo è nata una danza completamente nuova, all’inizio fortemente criticata dall’associazione dei danzatori di allora. Lo scrittore Yutaka Haniya la definì una danza del feto, che riporta al grembo materno. Andava quindi trovato un nuovo nome a questo diverso tipo di espressione artistica e hanno scelto la parola “butoh”, che si avvicina a “Buyó” un’altra parola che in giapponese indica la danza pur differenziandosene. Il butoh infatti porta con sé tanti elementi innovativi come la pesantezza e la rigidità del corpo, a differenza della danza tradizionale che richiede invece una certa fluidità, o l’uso del corpo di spalle rispetto al pubblico. Inoltre rifiuta di seguire un ritmo preciso senza avere quindi una strutturata connessione con la musica.

Dopo il debutto di Kinjiki ricevemmo una chiamata da parte di un celebre scrittore che ci disse di aver dato quello stesso titolo al suo nuovo romanzo e che voleva assolutamente vedere lo spettacolo. Era Yukio Mishima, che venne al nostro studio proprio per vederci danzare e ne rimase piacevolmente colpito. È stato anche grazie a lui se la voce di questa danza si è diffusa tra le sue numerose conoscenze nel mondo intellettuale della letteratura e dell’arte giapponese. Subito dopo la guerra, nella prima metà degli anni cinquanta, qualcosa stava profondamente cambiando nella popolazione giapponese. Tutti si dedicavano a migliorare il paese e far in modo che le aziende si riprendessero. Furono anni di grandi manifestazioni e rivoluzioni in Giappone, in cui la gente scendeva per le strade impugnando bandiere. Come ha detto anche lo studioso di letteratura tedesca Tanemura, è quella l’epoca in cui è nato il butoh.
Dopodiché, con mio padre e insieme a Tatsumi Hijikata, abbiamo continuato a creare un nuovo spettacolo ogni anno per sette anni.

Quali sono gli insegnamenti che ha ereditato da Kazuo Ohno e da Tatsumi Hijikata?

Da questi due grandi maestri ho imparato l’importanza di creare me stesso e, per concretizzare questo insegnamento, mi sono approcciato a generi teatrali diversi da quello giapponese, dal balletto alla pantomima, riscontrando la rilevanza e le varie difficoltà dell’atto di “costruirmi” per modellarmi, darmi una forma. Tatsumi Hijikata sosteneva il valore di creare e poi distruggere ciò che è stato realizzato, poiché paradossalmente non si può distruggere prima di creare… Mentre grazie a Kazuo mi sono avvicinato alla danza espressionista tedesca che all’epoca non riuscivo ad apprezzare a pieno.

Yoshito Ohno 14
ph. Mario Carlini

Per quanto riguarda la residenza al Dom che ha coinvolto anche otto giovani non professionisti, come si è svolta e da dove è parita la ricerca di questo studio? A cosa assisteremo stasera?

Sento la stessa atmosfera di cinquant’anni fa, proprio quando è nato il butoh; sento che qualcosa di nuovo sta nascendo. Anche questa forma d’arte deve in qualche modo rinascere. Durante il workshop ho cercato di insegnare ai giovani partecipanti le basi fondamentali della danza. La performance di stasera si chiama Jokyo, che letteralmente vuol dire “situazione esistente”. Come faccio sempre, ho detto ai ragazzi che ognuno di noi porta con sé delle storie, ho cercato di dare dei consigli sul movimento, su come sentire il corpo, ma per me è importante che loro assorbano un concetto essenziale: siamo delle opere d’arte.

Che impatto ha la danza occidentale, in particolare quella italiana, sulla sua arte?

Mi hanno ispirato tante discipline artistiche, in particolare il cinema. Se mi affaccio al teatro un genere che mi ha molto colpito e influenzato è la commedia dell’arte, perché la sento dentro di me, vive in me…

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ph. Mario Carlini

Quali sono le prospettive future sul lavoro che sta facendo?

Non so se ci sono prospettive future, continuerò a esprimere quello che ho imparato. In verità, sento la necessità di trasmettere, soprattutto ai giovani, l’essenza dell’umanità. Yukio Mishima ha detto che gli uomini non cambiano. Davanti a questa frase inizialmente ero rimasto scioccato (ride, ndr), poi ho capito che gli uomini sono fatti di elementi mutabili e immutabili. Mi interessa conoscere le parti costanti e invariate, vorrei avere più coscienza di quelle inalterabilità che rappresentano l’essenza dell’umanità. Diversamente, l’esistenza stessa, basandosi sulle emozioni, cambia di continuo, è destinata a modificarsi, colorando il mondo con le diversità che ci contraddistinguono.
Il butoh è, dunque, l’incontro di queste due parti dell’uomo, di ciò che mutabile e immutabile, un incontro che mi pare un vero e proprio miracolo.

BlaubArt

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