Il caos del mondo nella Tragica di Mahler. NICHT SCHLAFEN di Alain Platel

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ph. Chris Van der Burght

A scena aperta entrano, con cappelli e cappotti, con l’aria di chi è immerso nei suoi pensieri mentre guarda il tempo scorrergli davanti. Otto uomini e una donna sono i protagonisti di Nicht Schlafen, ultima creazione di Alain Platel con cui la versatile compagnia Les Ballets C de la B si offre come un quadro della malinconia, una tela in movimento dai tratti cubisti ed espressionisti.

Nicht Schlafen è una premonizione della tragedia, una quiete prima della tempesta – marcata dalla scelta delle musiche di Gustav Mahler, malinconiche e potenti nei loro passaggi, dagli adagi strazianti alle marce esplosive che evocano le angosce e il bagno di sangue che fu la Grande Guerra. Allo stesso modo si apre la coreografia di Platel: un morbidissimo assolo del siciliano Dario Rigaglia (vincitore del premio Danza&Danza –  Danzatore italiano all’estero 2016) prelude a un massacro di gruppo, tutti contro tutti. Corpi che scappano e che lottano, in brandelli di camicia, strappandosi di dosso qualsiasi imbastitura della vita quotidiana per rimanere in mutande, nella loro nuda semplicità di corpi accaldati, stanchi, rossi per gli schiaffi e per il sangue che pompa ancora forte. Una moderna Sagra della primavera cruda e severa. Corpi che trasudano tormenti e speranze in piccole sequenze di gruppo, in cui cercano di avanzare in gruppo, e che seguono quell’orda violenta, esattamente come accade nei sali-scendi delle sinfonie di Mahler, qui campionate e miscelate da Steven Prengels a suoni di campanacci, respiri e singulti.
I corni assillanti, i fiati e le percussioni incalzano tragicamente: l’inquietudine dell’essenza umana è scandita dagli archi e prende forma sui corpi dei danzatori, che mostrano un’umanità fatta di sacro e di profano, di canti a cappella, preghiere e commoventi messaggi d’amore, in lingua e in abbracci, alternati a quell’orrida brutalità di cui è capace l’uomo. Si respira un’aria di guerra, di genocidio, di indifferenza. Sul palco la tela lacerata e i cavalli imbalsamati e irrigiditi di Berlinde de Bruyckere, ospitati a Venezia alla 55° Biennale Arte, donano alla scena un odore di sabbia, di dolore e di macerie.

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ph. Chris Van der Burght

Due coppie occupano lo spazio, una gioca sulla fiducia e il contatto, l’altra è immersa in una competizione di forza e di tenacia. Ed è forse questo il ritratto dell’uomo: una sottile linea rossa, un’eterna altalena tra il volere e il lasciarsi comandare, tra il ritrovare l’armonia di gruppo e isolarsi. La soluzione forse più commovente è infatti la riuscita fusione tra la marcia che apre la Tragica (Sinfonia n°6) di Mahler e il ritmo collettivo e tribale della polifonia africana del canto Pygmy, che ritorna dopo Coup Fatal, tra sorrisi e desiderio di stare insieme. Perché anche il gioco fa parte dell’uomo, le sue ridicolezze e i suoi imbarazzi. Qualcosa di arcaico e sacrale si contrappone allo squallore e alla volgarità dell’uomo.

Con grande sensibilità creativa, Platel chiude questo ritratto dell’umanità con una decina di minuti in cui ai danzatori è permesso tornare bambini, giocare con la musica di Mahler senza trama, in un’esplosione di libertà e follia in cui nascono le più svariate improvvisazioni. Un superamento della danza attraverso la danza stessa, come Mahler superò la tradizione sinfonica con le sue musiche. Abbracci, carezze, urla. Ognuno interpreta la musica e la tragicità improvvisando con gustoso divertimento. Chi si dimena, chi ride, chi si spoglia, chi ironizza sul balletto classico o chi prega rintanato nella loggia buia più vicina.

Un messaggio d’amore e di speranza sotto le spoglie di un elogio all’essenza umana, così sacra eppure così tragicamente piccola.

Alice Murtas


Teatro Storchi, Modena, 10 marzo 2017

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