Gigli fucsia a Zurigo. Stage Lab 2_Emanuel Gat per “DisAbility on Stage”

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ph. Sarah Marinucci

Uno sguardo che trapassa le pareti di diciannove stanze, qualche fiore fucsia comincia a sbocciare fuori dalle finestre, siamo a marzo dopotutto. Diciannove sono anche i corpi che raccontano la loro storia all’interno di una partitura coreografica, ricca e precisa, ideata dall’artista israeliano Emanuel Gat, durante il secondo laboratorio del progetto di ricerca DisAbility on Stage sulle pratiche teatrali e di danza interpretate da artisti disabili. Grazie a una collaborazione tra Teatro DanzAbile diretto da Emanuel Rosenberg e gli studenti della Bachelor Contemporary Dance dell’Università delle Arti di Zurigo, nasce Stage Lab 2, andato in scena il 29 marzo al Tanzhaus Zürich all’interno del festival IntegrART.
Gli interpreti si dispongono intorno al perimetro della scena, un mosaico antico ancora in costruzione composto da tasselli vitrei opachi rovesciati sul tavolo del creatore. Ognuno con la sua storia, con la sua fisicità, con la sua forma, il suo colore e il suo peso. O come gocce d’olio che galleggiando sole in una bacinella d’acqua, si toccano per poi unirsi, inglobarsi, fondersi creando duetti, terzetti fino a quattro grandi isole. La musica straniante e onirica di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto, come le agili dita di un artigiano, mette insieme i tasselli per poi rimescolarli e dare forma a nuovi quadri.
Una piazza piena di gesti, battiti sul corpo e sul suolo, indici alzati, braccia che nuotano nel vuoto, una scatola dentro la quale ogni interprete racconta a se stesso la propria storia.

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ph. Johannes Dietschi

La scena gradualmente si svuota e lascia spazio a una ragazza che esegue semplici passetti laterali e due lente rotazioni, azionati dalla spinta del gomito e del busto in un meccanismo forte e consapevole di un corpo apparentemente più fragile.
Cominciano a formarsi gruppi, la famelicità dello spazio fa apprezzare quelle pause e vibrazioni costanti di un ascolto collettivo che comincia a dar forma all’opera. Le vicende si uniscono e si alternano tra attitude, prese, pirouettes, corse, comminate e grand plié che fanno intuire la presenza di una pagina di diario dietro a ogni movimento. Poi un riverbero, un ricordo dell’ultima frase che rimane fino a sfumare nel vuoto, mentre altre si ripetono, sottolineate, evidenziate, scritte in corsivo o in stampatello. Un freeze. Gli interpreti, tutti in scena, si congelano creando una danza che parla più di ogni movimento, una rete di sguardi immobili, un’umanità che finalmente adesso si fa osservabile, lasciandoci il tempo di godere della poeticità di ogni singolo danzatore. Il silenzio stappa le orecchie. Qualcuno comincia a riprendere il movimento attirando come una calamita gli sguardi degli altri compagni, sguardi che escono dall’io per vedere fuori dalla finestra della propria stanza ormai fin troppo vissuta. Una donna in carrozzina, con una sicurezza scenica disarmante, crea con altri corpi un nodo di forze in tiraggio che improvvisamente si scioglie.

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ph. Johannes Dietschi

Un giglio fucsia si muove, parla, si offre tra le note di Julia Varady che reinterpreta il Wesendonk Lieder, Im Treibhous di Wagner; un giglio nato sulla chioma di una ragazza che si tiene i capelli colorati tesi tra le mani, come un’articolazione appartenente alla frammentazione e alla legazione del suo movimento.

Una Venere di Willendorf è sospesa su un corpo esile.
Il buio cala, il diario si chiude, il mosaico riamane indefinito e gli applausi iniziano ma sono interrotti dal celebre brano Footloose: gli spettatori assistono divertiti a una breve coreografia musicale che rompe l’atmosfera introspettiva della prima parte. È con virtuosismi, corus line che attraversano il palco e salti post modern che i volti si alleggeriscono e che le luci si spengono per l’ultima volta.

Camilla Guarino


Tanzhaus Zürich, Zurigo, 29 marzo 2017

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