Alessandro Sciarroni entra in gioco alla 11. Biennale Danza di Venezia

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ph. Alessandro Sciarroni

Giugno a Venezia: umido, turisti, cicchetti, spritz, pelle appiccicaticcia di salsedine, soliti suonatore di bicchieri e fisarmonicista dal tocco nervoso in campo Sant’Agnese, temporali passeggeri, romanticismo, eleganza, bianco e mattone, volti sbiancati dopo aver acquistato il biglietto per il vaporetto, lunghe camminate che permettono di assaporare la città e di imboccare sbadatamente le ingannevoli calli che terminano nel canale.
Non si corre durante questa Biennale Danza da una parte all’altra della città, gremita di gente, per riuscire a vedere più spettacoli possibili. Niente più catalogo, curato e gratuito, né coinvolgimento della città . Una Biennale Danza silenziosa quella del 2017.

Marie Chouinard, nuova direttrice del Festival Internazionale di Danza Contemporanea di Venezia, dopo Virgilio Sieni, apre un nuovo capitolo: leone d’oro alla carriera a Lucinda Childs, leone d’argento a Dana Michel e tanti altri grandi nomi della danza sono andati in scena dal 23 giugno al 1 luglio.
È stato un weekend denso quello del 24 e 25 giugno per Alessandro Sciarroni, l’unico coreografo italiano invitato al Festival, con il debutto in prima nazionale di Chroma__Don’t Be Frightened of Turning the Page, del progetto TURNING, ( in replica il 29 luglio a Centrale Fies e il 25 agosto a Operaestate) e la presentazione di Aurora e Folk-S, pezzi questi di repertorio che riapprodano in Italia.

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Turning, ph Laurent Philippe

Velluto liscio e morbido accanto a carta vetrata, due lavori Chroma e Aurora che, seppur non paragonabili per il differente tipo di percorso di creazione, lasciano il ricordo di due sapori in contrasto tra loro. Come quando ripeti di seguito per troppe volte senza riprendere fiato una stessa parola, non sai più da dove inizia e dove finisce, fino a farle perdere il suo significato e a disperderne il senso. Così l’artista, attivo nell’ambito delle Performing Arts, con alle spalle diversi anni di formazione nel campo delle arti visive e di ricerca teatrale, utilizzando tecniche e pratiche derivanti dalla danza e da altre discipline, tenta di svelare, attraverso la ripetizione di un’azione fino ai limiti della resistenza fisica, le ossessioni, le paure e la fragilità dell’atto performativo, alla ricerca di una dimensione temporale altra, di una relazione empatica tra spettatore e interprete. In Chroma (etimologicamente dal latino “chrōma”, ovvero intervallo musicale di un semitono), debuttato il 24 giugno al Teatro alle Tese, entriamo in un flusso di immagini che sfumano nel tempo, create da un riff corporeo che accompagnerà il lavoro per 45 minuti: il roteare. Un carillon inquietante o un caleidoscopio in cui il quadro muta in modo costante, tanto da non farti accorgere del cambio di velocità che arriva a un apice per poi tornare alla stasi iniziale. Un giro che sembra non cercare punti fissi con lo sguardo o scatti della testa, come nella tecnica della danza accademica, e che non mostra apparenti virtuosismi, ma una rotazione perpetua.

Il busto e una gamba fanno da perno mentre le braccia e il volto cambiano il paesaggio circostante. L’interprete sussurra, conta, confonde lo spettatore che lo vede a volte divertito e leggero, altre concentrato e preoccupato. La musica di Paolo Persia ruota insieme a Sciarroni nella sala, le luci cambiano colore, il tempo si arresta e lo spazio si dilata mentre girano immagini di valzer viennesi, roulette russe, concerti hard rock, dolci abbracci, saluti militari, tentativi per spiccare il volo; lo spettatore si ipnotizza davanti a quella spirale atmosferica che circonda l’artista fino a sfiorare chi è seduto attorno a lui. Su un tappeto bianco, con maglietta e pantaloncini in nylon grigio scuro e calzini grigi e rossi, Alessandro Sciarroni nella penombra continua a girare come un bambino, le rotazioni rallentano e lui arreso alza le mani, forse per l’impossibilità di durare all’infinito, forse consapevole di non poter continuare più a distorcere il flusso spaziotemporale.
A seguire, è stato proiettato il documentario di Cosimo Terlizzi Aurora, un percorso di creazione. Novità di quest’anno alla Biennale Danza è la sezione cinema. Una proiezione su Aurora di Sciarroni, lo spettacolo/partita di goalball, interpretato da giocatori non vedenti e ipovedenti, andato in scena il giorno successivo, terzo e ultimo capitolo del progetto Will you still love me tomorrow?. Esaustiva pellicola sulla vita degli interpreti che permette di entrare in contatto con la loro disabilità ma facendo rimanere oscuro il percorso creativo.

Finalmente dalla tribuna centrale, più realisticamente dalla panchina/platea che si affaccia sul campo rettangolare bianco, si osservano dal vivo le due squadre, quella di destra e di sinistra, ognuna di tre giocatori, le due porte e i due arbitri della partita di goalball, un gioco di squadra praticato da atleti affetti da disabilità visive. Ci osserviamo a vicenda, loro vedono dove sentono, galleggiano, il corpo e lo sguardo si spostano lenti. Dopo strette di mano geometricamente studiate, solennità “attoriche”, inni e sportivi pubblicamente bendati, gli arbitri fischiano: un play e il gioco inizia.
Si intuiscono le prime regole, si ascoltano versi che confondono l’avversario, grugniti, schiocchi di labbra, richiami felini, esultazioni, i sonagli della palla e la musica di Pablo Esbert Lilienfeld.

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ph. Cosimo Terlizzi

I giocatori parano buttandosi atleticamente a destra o a sinistra davanti alla porta. Si alternano rumori a silenzio assoluto, immobilità a movimento caotico. Primo punto per la squadra di destra, «quiet please», fischio, «play», «toctoc», «sshhh», «grrrrr», «ahahah!», fuori, fischio, «play», 1 a 1, 2 a 1, fischio, «play», fuori, 2 a 2, «out», 3 a 2, nitriti, 3 a 3, «quiet please». I rumori sembrano sempre più forti per il solo fatto che la luce scompare in modo graduale, fino a diventare buio. Il gioco continua normalmente, ancora fischi, suonagli, parole, goal. Lo spettacolo al buio sembra poter cambiare direzione, ma la luce torna e il gioco ricomincia per altri trenta minuti. Cambio campo. Gli interpreti si muovono disinvolti nello spazio seguendo i nastri adesivi in rilievo sul pavimento. La musica aumenta di volume fino a rendere impossibile ai giocatori sentirsi l’un l’altro, inciampano, raffiche di goal da perderne il conto e urla per farsi sentire, un altro barlume da cui si cerca di intravedere una via d’uscita, ma anche questa volta la luce non è abbastanza per cambiare il gioco. La partita finisce 10 a 9 e il cerchio si chiude tornando alla sua struttura iniziale. Un lavoro che rimane nel limbo, una partita ma con regole storpiate che modificano il gioco senza farlo fino in fondo. Uno spettacolo coraggioso, che non esalta la bravura dei giocatori, né lo sport in sé e nemmeno i movimenti coreografici. Uno spettacolo che se visto sotto una lente di ingrandimento però evidenzia la disabilità visiva che non importa mettere su un palco solo per essere osservata meglio: non ci troviamo davanti a una vera partita, non ci troviamo davanti a danzatori o attori che simulano il gioco, non possiamo tifare, non siamo nemmeno spettatori di un percorso. Il pubblico è incuriosito, si stupisce di quanto siano amplificati i suoni al buio, che l’interprete sia riuscito a parare, a fare punto, a prendere una palla, a camminare dritto. Non resta che l’attenta osservazione della disabilità degli interpreti.

Il risultato di un lavoro intenso durato anni. E proprio per questo viene da chiedersi: cosa c’è stato prima dell’Aurora?

Camilla Guarino


Biennale Danza, Teatro delle Tese, Venezia, 24 e 25 giugno 2017

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