Per un’erotizzazione della danza. Intervista ai direttori di T*Danse Festival

Alors on danse!, tutti i giorni dell’anno ma in particolare da mercoledì 11 a domenica 15 ottobre: la citazione del celebre brano di Stromae è il motto di questa seconda edizione di T*Danse – Danse et Technologie Festival Internazionale della nuova Danza di Aosta. Abbiamo in programma di seguire da vicino e di accompagnarvi tramite i nostri canali social e blog nelle diramazioni di questa settimana all’insegna della danza e delle sue incursioni nella tecnologia. Ma prima di iniziare, abbiamo voluto porre qualche domanda ai due direttori Francesca Fini e Marco Chenevier.

marco e francesca
I direttori artistici, Francesca Fini e Marco Chenevier

Siete entrambi artisti versatili con percorsi differenti, giunti insieme a dare il secondo determinato via a un festival che nella sua semplicità raccoglie una complessa gamma di proposte artistiche e di coinvolgimento. Come è nato questo progetto e quale è stato il percorso che vi ha portato alla direzione di un festival?

FF: Il caso ha voluto che le nostre strade si incrociassero, e così due mondi apparentemente lontani si sono toccati. Io sono una new media artist, Marco un danzatore e coreografo appassionato di tecnologia. Così è nata l’idea di cercare una fusione possibile di questi due mondi unita alla voglia di Marco di portare in Valle d’Aosta uno sguardo sulla scena contemporanea e colmare un vuoto di proposte in tal senso.

La vostra esperienza come artisti si è riversata, in un certo qual modo, nella scelta della programmazione del festival, che presenta infatti un panorama geograficamente vasto ma anche un dialogo tra generazioni di artisti giovani e meno giovani?

FF: La differenza anagrafica non conta quando si fa sperimentazione e gli artisti giovani sono secondo me quelli che si muovono maggiormente verso una ricerca sempre nuova. Così ecco sullo stesso palco i giovanissimi D.Street o Darragh Mc Loughlin come un anagraficamente più navigato Roberto Castello che di certo artisticamente è uno degli artisti ancora più innovativi della scena non solo nazionale.
MC: Io sono sempre in viaggio grazie al mio lavoro di coreografo e interprete. Credo che una delle barriere da infrangere sia, oltre a quella anagrafica, quella idiotamente geografica. Ecco che la Valle d’Aosta, incuneata tra le montagne, può rivelare tutto il suo potenziale di “Carrefour d’Europe”.

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Andrea Carlotto | Silent Media Lab (12 ottobre)

T*Danse è un festival che costruisce un dialogo con pubblici di settori diversi, dalla performance alla danza, ma anche dalla musica al teatro. Quanto la tecnologia, citata anche dal sottotitolo del festival, influisce in questa creazione di relazioni nella quotidianità e sulla scena?

FF: In Italia c’è bisogno di creare degli spazi dove mostrare artisti performativi e riflettere sulla performance art internazionale. Attualmente questi spazi non sono sufficienti. La tecnologia e la performance non solo caratterizzano una parte della programmazione degli spettacoli, ma vogliamo costruire una sezione specifica dove la performance possa avere il suo spazio anche in dispositivi che escano dalle convenzioni della scena. In particolare, le serate sono tutte organizzate con double o triple bill, cioè con due o tre spettacoli dal formato medio-breve, e negli intermezzi tra gli spettacoli vengono proposte delle performance in uno spazio adibito. Abbiamo allestito la Sala Expo della Cittadella con una mia personale e di giorno in giorno lo spazio verrà modulato per ospitare la permanente e le performance del progetto “Ultracorpi”, Skin/Tones, Fair and Lost e Bodyquake rispettivamente nelle giornate di giovedì venerdì e sabato.

MC: I festival sono oggi uno degli strumenti più dinamici per creare programmazione. Nella pletora di proposte interessantissime con cui ci confrontiamo, T*Danse vuole avere un taglio particolare. Da una parte creare un’occasione di scoperta per i cittadini valdostani della scena contemporanea, dall’altra smarcarsi dall’omologazione della curatela festivaliera cercando un taglio unico, caratterizzato proprio dalla performance art. Il nostro progetto è quindi proprio quello di creare una manifestazione al contempo attenta alla fruizione ed al contatto con un pubblico vasto ed eterogeneo, e dall’altra con una caratterizzazione forte legata alla performance.

Spicca certamente tra le caratteristiche del festival l’idea di condivisione con la cittadinanza. In che modo avete sviluppato questo concetto e quali sono per voi i punti cardine che caratterizzano questa seconda edizione di T*Danse?

MC: Ovviamente l’ospitalità, dal momento che alcuni dei cittadini apriranno le porte delle loro case per accogliere gli artisti per tutta la durata del festival. Poi il lavoro con le scuole primarie, con matinée dedicata ai più piccoli, #comunicadanza con il coinvolgimento di studenti del liceo artistico, le masterclass con le quali il pubblico può conoscere gli artisti attraverso la pratica, ma anche l’apertura a stili popolari come l’hip hop, una battle, e poi la maratona delle scuole che vengono coinvolte come spettatori attivi. Inoltre i feedback aperò: momenti di incontro in cui anche le performance più intellettuali o criptiche potranno essere analizzate, scoperte, svelate. Inoltre chiediamo agli artisti di restare durante tutto il festival, proprio per creare occasioni di incontro e scambio. Insomma cultura sì, ma all’insegna dell’inclusione e della condivisione e, aggiungerei, dell’erotizzazione: il piacere nella ricerca e nell’arte c’è, eccome!

 

Vai al programma del Festival


a cura di Alice Murtas

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