Nuove forme di resistenza. La danza del Mediterraneo al Festival Danza Urbana

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Les Amoreux des Banc Public

Nuove forme di resistenza. La danza del Mediterraneo al Festival Danza Urbana

Da sempre impegnato a cercare nuove forme espressive che si immergano nei luoghi pubblici, che riescano a “fare comunità” coinvolgendo i cittadini, riappropriandosi costantemente di nuovi modi per fruire lo spazio urbano, il Festival Danza Urbana torna a Bologna dal 4 al 9 settembre. Per l’occasione il direttore artistico Massimo Carosi ci ha spiegato la scelta di ospitare artisti provenienti dai paesi che costeggiano il Mediterraneo, svelandoci e approfondendo il programma di questa 22a edizione.

Il Festival Danza Urbana da sempre affronta questioni riguardati la comunità e lo spazio pubblico che attualmente sembrano essere molto presenti nelle arti performative e nella danza. Sono forse diventate delle necessità?

Danza Urbana si presenta come una proposta culturale che investe inevitabilmente anche una dimensione politica, portandoci ad avere una certa sensibilità verso determinate tematiche e problematiche che i cittadini vivono. Il Festival ha sempre avuto un interesse verso i nuovi autori, verso scene emergenti, guardando sempre in contesti internazionali meno noti. In questo tipo di monitoraggio che facciamo da alcuni anni c’è un’attenzione verso la sponda sud del Mediterraneo che ha attraversato il Festival, anche se in maniera estemporanea e non programmatica, già dalle prime edizioni. Credo che il Mediterraneo non sia, appunto, solo mare tra le terre. Questo punto geografico è luogo di scambio, luogo in cui hanno avuto origine tante civiltà che costituiscono la base delle nostre identità culturali. Per me far emergere questa tematica significa preservare la capacità e la propensione all’incontro, al mescolamento, alla relazione con le altre popolazioni.
Da circa due anni collaboriamo con Moultaqa Leymoun, la piattaforma della danza della sponda araba, ma più propriamente della sponda sud del Mediterraneo, che fa parte del BIPOD (Beirut International Platform of Dance) e che comprende una vetrina per i giovani coreografi organizzata dalla Maqamat. Si è voluto dunque costruire una rete grazie agli operatori sensibili a un progetto come quello del Focus Young Mediterranean and Middle-East Choreographers, sostenuto da 14 realtà italiane che vogliono promuovere i giovani coreografi arabi.
Personalmente sono rimasto molto colpito dalla forza dei lavori di questi artisti che si allontanano dalle estetiche e dai linguaggi a cui siamo abituati. Generalmente in passato i coreografi arabi sposavano i codici della danza europea contemporanea. Gli autori ospiti in questa edizione, invece, mostrano la necessità di partire dal proprio contesto, dalle proprie radici, lavorando sull’attualità e riuscendo a elaborare in maniera del tutto originale le matrici culturali di appartenenza in chiave contemporanea.

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Sina Saberi, ph. George Stylianou

Cosa vedremo in questa nuova edizione di Danza Urbana?

Questo è l’anno europeo del patrimonio culturale e ci sembrava assolutamente necessario guardare in modo diverso i luoghi storico-artistici della città di Bologna. Una scelta che non ha solo l’intento di promuovere l’utilizzo di determinati spazi, ma che vuole indagare quello che possiamo definire patrimonio “immateriale”.
Per esempio, per la chiusura del Festival, abbiamo scelto di utilizzare Monte Bibele, un sito archeologico celtico-etrusco di Monterenzio che si presentava come una porta del Mediterraneo che si apriva verso l’Europa. L’ultima giornata di Danza Urbana infatti sarà dedicata alle visite guidate e alla danza con la creazione site-specific del Gruppo Phren.
Se pensiamo all’acropoli della cultura greca, al foro dell’età romana e alla piazza durante il Rinascimento italiano, tutti luoghi culturalmente fondamentali, capiamo come sia sempre stato stretto il rapporto tra lo spazio pubblico e la sfera politico-culturale. Ed è proprio questo legame a emergere in maniera molto forte dalle opere degli artisti del Mediterraneo presenti nel programma che si pongono, dunque, la questione inerente alla relazione tra corpo, luogo, democrazia, dimensione politica.

Tutto questo è molto evidente con il coreografo siriano Mithkal Alzghair che con Displacement racconta la sua condizione di profugo e la realtà di un popolo che viene sradicato dalla sua terra. Mentre Sina Saberi, in scena con Prelude to Persian Mysteries, Maryam Bagheri Nesami e Mitra Ziaee Kia, in programma con il film So-city of spectacle, tre artisti del collettivo MaHa Troupe con sede a Teheran, ci testimoniano non tanto la presenza di una gioventù urbana istruita che risiede appunto nella capitale, quanto il voler esprimere un profondo desiderio di libertà e di connessione col mondo, contravvenendo alle norme morali del paese. Bisogna considerare infatti che in questi territori la danza e l’esposizione del corpo sono proibite dalla religione.
Il nostro racconto sul Mediterraneo vede anche Shine my blind way, lavoro di Seifeddine Manai, già ospite a Danza Urbana nel 2012, artista presente anche all’interno del documentario di Gaia Vianello e Juan Martin Baigorria, Les amoreux des Bancs Publics – La strada che resiste con l’arte, che racconta la situazione della Tunisia nel 2015/2016, periodo in cui il terrorismo comincia ad affacciarsi in questo paese deludendo i principi che la rivoluzione di qualche anno prima avrebbe voluto affermare. Il documentario segue le azioni di alcuni perfomer, attori e soprattutto danzatori, che hanno scelto di circolare negli spazi pubblici di Tunisi, arrivando anche in zone rurali, per promuovere i principi di comunità e democrazia.
Tra i coreografi più consolidati ci sarà Radouan Mriziga, ormai stabile a Bruxelles, che presenta 55, performance in cui il suo corpo diventa un’unità di misura per disegnare una figura geometrica costruita anche in relazione al pubblico presente.

Quali sono gli altri protagonisti che incontreremo in queste giornate?

Al Festival parteciperanno anche artisti che provengono della sponda nord del Mediterraneo, quindi dalla Spagna (Chey Jurado, Héctor Plaza) e naturalmente dall’Italia (CollettivO CineticO, Cristina Kristal Rizzo). Dalla Grecia invece proviene Stella Spyrou in programma con Ómnira che prende ispirazione della morte del ribelle cipriota Afxentiou e riflette sulla potenza che germoglia dall’unione, dalla compattezza fra cittadini. Un lavoro netto, preciso, che infatti ha ricevuto una menzione speciale all’interno del concorso Masdanza con cui siamo collegati da tanto tempo.

Quanto è complesso oggi utilizzare uno spazio pubblico?

Oggi è molto complesso utilizzare uno spazio pubblico anche per uno spettacolo in piazza di 15 minuti. È tutto talmente normato e definito che abbiamo bisogno di più autorizzazioni e più permessi rispetto a uno spazio teatrale o a qualsiasi altro luogo. Eppure se andiamo a vedere le statistiche rispetto ai crimini e ai fattori di delinquenza nelle città scopriamo che la sicurezza è migliorata molto se la paragoniamo a quella di 20/30 anni fa. Si è voluto generare un clima di paura a cui sicuramente ha dato un grosso contributo anche il terrorismo internazionale. Ricordiamoci degli anni di piombo, dei segni dei passati misfatti che hanno colpito il nostro paese e di cui è stata protagonista anche la città di Bologna. Adesso la situazione è diversa, ma la sensazione di paura è esagerata rispetto ai rischi reali e viene alimentata per renderci più manipolabili e più soli. La piazza, l’agorà, il foro romano, lo spazio pubblico, sono i luoghi della democrazia, dell’incontro, in cui la dimensione collettiva si realizza e si concretizza. Portare la danza e la performance in questi spazi ha il valore di difendere la cultura.

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Stella Spyrou

Poco fa citando uno dei film presenti nel programma hai accennato alla strada che resiste con l’arte e ai danzatori cittadini. Ma si può parlare anche di cittadini danzatori?

Assolutamente sì. C’è stato circa un anno fa un convegno della DES, Danza Educazione Società, che aveva come tema il rapporto tra danza urbana e danza di comunità e, in particolare, quanto la danza di comunità guardi sempre di più ai luoghi pubblici per realizzarsi e quanto la danza urbana guardi sempre di più al rapporto con la comunità. Però vorrei fare un esempio, prescindendo da un’idea prettamente buonista della danza comunitaria e prendendo in esame per un attimo le coreografie di massa dei regimi totalitari: si pensi alle parate naziste o a quelle nord coreane. L’unico aspetto positivo che si può dedurre da queste manifestazioni è che i corpi muovendosi all’unisono donano il piacere di far parte di qualcosa di più grande, il piacere di spostarsi assieme, di essere in armonia con gli altri. Un dramma se consideriamo come questi elementi siano stati strumentalizzati per fini ideologici…
Città come Bologna hanno trasformato le piazze dei centri storici in parcheggi che disincentivano qualsiasi tipo di attività. Oggi non c’è più l’idea del bambino che esce di casa per giocare con una palla, correre e divertirsi. Quando immagino la danza in questo contesto, non la immagino solo come danza d’autore, anzi mi piace pensarla come puro movimento, puro piacere di spostarsi liberamente nell’architettura urbana. Cittadini danzatori, quindi, sì, per riscoprire la propria natura e poter performare, ri-vivere, nella città. Danzatori cittadini invece per riscoprire le nuove possibilità che offrono i luoghi pubblici.

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Radouan Mriziga, 55, ph Beniamin Boar

 

Abbiamo parlato del rapporto tra corpo e spazio pubblico, una tendenza che si sta sempre più diffondendo concretizzandosi attraverso azioni danzate nei luoghi urbani. La danza e l’arte performativa stanno diventando nuovi modi di stare in piazza? Le manifestazioni, forse, non hanno più la stessa forza politica di un tempo portando la società a cercare nuove forme di resistenza per ri-abitare la città?

Abbiamo avuto un esempio concreto con Right to the City, prima tappa del progetto Atlas of Transition che si è sviluppata a Bologna lo scorso giugno.
Ma, in particolare, un episodio che mi viene in mente risale alle proteste in Piazza Taskim a Istanbul di qualche anno fa: una donna in abito rosso che sfida la polizia. Questa situazione portò le autorità a proibire alle donne di vestirsi di rosso a Beyoglu. Si deduce quanto l’immagine sia stata potente e talmente evocativa, rappresentativa, da creare una grande attenzione mediatica. Una dimostrazione di come la creatività e la capacità del linguaggio del corpo abbiano la peculiarità di spiazzare il controllo e le autorità con qualcosa che risulta difficilmente codificabile. Si può cercare di reprimere la libertà di parola, la libertà di espressione, del pensiero, però i linguaggi del corpo sfuggono alle censure perché esprimono una grande empatia e una grande immediatezza anche quando affrontano questioni complesse. È proprio qui che si trova la potenza delle arti performative e della danza.

Alessandra Corsini


Qui il programma completo

 

 

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