T*Danse: una festa collettiva. Intervista a Marco Chenevier

È ripartito il T*Danse – Danse et Technologie (14-21 ottobre) ad Aosta che, al suo terzo anno, concretizza sempre di più l’idea di comunità intorno a una manifestazione culturale che rende partecipi gli spettatori non solo con lo sguardo, ma chiamandoli a diventare parte attiva. Con il progetto #coinvolgiti il festival ha creato una rete di hosting: i cittadini del posto aprono le loro case private per ospitare, incontrare, conoscere gli artisti in programma. Marco Chenevier (codirettore artistico con Francesca Fini) ci ha parlato di un festival che ha come obiettivo creare una vera e propria comunità in cui performer e pubblico si mimetizzano in una dimensione di festa, di danza partecipativa. Tutto racchiuso in un’esclamazione “Laissez-nous danser!”.

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Overload, Sotterraneo, ph. Sara Bonaventura

Come nasce T*Danse e la scelta di focalizzarsi sull’unione di danza e tecnologia?

In Valle d’Aosta non esistevano piattaforme che dessero spazio al contemporaneo. Abbiamo iniziato progettualità differenti di cui la più ambiziosa è questa. Sin dal primo anno la domanda da cui siamo partiti è: come sarebbe il festival dei “nostri” sogni? Uso il termine “nostri” per sottolineare un altro elemento che caratterizza il progetto. Siamo una compagnia di produzione, Aldes, e dunque un’équipe di artisti.
Immaginando un progetto multidisciplinare in cui includere il contemporaneo è venuto quasi naturale inserire le nuove tecnologie. Se pensiamo quanto siano presenti nel quotidiano si deduce anche quanto sarebbe stato insensato escluderle. Inoltre, il focus su queste tematiche è stato alimentato dal binomio nato dalla condivisione della direzione artistica con l’artista Francesca Fini. Possiamo dire che io rappresento la danza e Francesca il rapporto tra performance e tecnologia.

T*Danse alla sua terza edizione ha già creato un grande interesse e una comunità partecipe. Quali sono e quali sono state le difficoltà di un festival giovane collocato in una città piccola e difficile da raggiungere?

Sono le stesse che si incontrano in tutti i territori. Non credo che ci sia un posto più particolare degli altri. Tutti i luoghi hanno delle difficoltà di cui bisogna tener conto. Ci presentiamo sia con le nostre produzioni sia con una programmazione che esplora linguaggi anticonvenzionali, ragionamenti intorno al mainstream e a ciò che va di moda. Mettiamo a disposizione un’offerta culturale ben precisa. È vero, la Valle d’Aosta è una località isolata ma è anche una località turistica. Abbiamo un pubblico eterogeneo costituito un po’ da turisti e soprattutto dagli abitanti del territorio. T*Danse fa del decentramento culturale la sua forza, è per noi uno strumento economico per dare forma ai desideri di una comunità che frequenta il festival. Perché dovremmo andare per forza a Milano, Torino o Ginevra per esperire l’arte contemporanea o i processi che oggi la caratterizzano?
Siamo in una città con 30.000 abitanti e una sala teatrale che contiene 200 posti. Il primo anno ci ha permesso di raccogliere dei primi dati: avevamo in media 30/40 spettatori a sera. L’anno successivo, cambiando delle strategie, ci sono stati tre sold out in tre giorni.

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Ciak, 7-8 chili

Come sono stati scelti gli spettacoli e quali sono i protagonisti di questa edizione?

Seguiamo un protocollo. Io e Francesca Fini ci prendiamo la responsabilità della direzione artistica, ma l’èquipe fa parte della commissione artistica che sceglie gli spettacoli votando e considerando le limitazioni di tempo e budget. Ogni sera vengono presentate due performance, short e long form, punteggiate da un momento di performing art. Si cerca di restituire la complessità e l’eterogeneità della scena contemporanea. Quindi, sì, è un festival di danza che fa anche incursioni nel circo, nella musica e nel teatro.
È in programma la Retrospettica su Valeriano Gialli ed è stato organizzato anche uno spettacolo privato, Indaco – un colore per un danzatore di Fabio Ciccalè, per gli host, abitanti disponibili ad aprire le porte delle loro case private ospitando gli artisti che T*Danse invita a restare ad Aosta per tutta la durata del festival.
Avremo l’assolo di danza di Gabriella Maiorino, Cinematic. 2: Ballata, e lo spettacolo di Teatro Sotterraneo Overload. Focalizzandosi sulla connessione tra tecnologie e società, Paul Carter presenta From pierced darkness flowers grow. In programma anche Ciak della compagnia italiana 7-8 chili, una parodia delle estetiche cinematografiche presenti nell’arte performativa, e Marco Torrice, danzatore storico di Anne Teresa De Keersmaeker, con lo spettacolo Melting Polt in cui dieci danzatori non professionisti eseguono una serie di improvvisazioni basate sul ritmo e sullo spazio, un clapping collettivo con musica dal vivo. Per gli amanti della musica, il duo elettronico OZmotic che ha appena firmato un contratto con una delle più grandi etichette al mondo.

Hai accennato agli host e, dunque, al progetto #coinvolgiti. Quali sono le altre azioni collaterali?

Agli artisti viene chiesto di tenere una masterclass il giorno prima dello spettacolo e di incontrare il pubblico il giorno dopo. Gli spettatori sono invitati ad attraversare il festival in vari giorni, non in una sola serata, con l’idea di creare una comunità, di creare con gli artisti un legame, la curiosità di esplorarsi e conoscersi.
Tra le azioni collaterali ci sono i Laboratori Civili: quelli con i D.Street che per tutta la settimana sono impegnati con corsi di hip hop, breakdance, locking e che hanno organizzato una battle per l’apertura del festival; il laboratorio di Anna Albertarelli dedicato alla disabilità e quello dedicato ai migranti dell’associazione romana Semivolanti. Inoltre, grazie al progetto alternanza scuola-lavoro sono stati coinvolti 120 ragazzi che ci hanno aiutato nell’organizzazione imparando un lavoro.

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Indaco, Fabio Ciccalè

Per questa edizione avete scelto un motto scherzoso, coinvolgente…

Non sarebbe la nostra rivoluzione se non potessimo danzare, diceva qualcuno. “Laissez-nous danser!” è un gioco ironico. Vogliamo recuperare l’idea della festa. L’anno scorso, per esempio, l’alternanza scuola-lavoro ha funzionato perché i ragazzi si sono divertiti. La danza, il teatro, gli spettacoli, le performance sono “cose belle”, coinvolgenti, appassionanti e disturbanti. Ma soprattutto sono un pretesto per creare una comunità festosa. Quante volte siamo stati in festival in cui non c’era neanche un bar per comprare una birra? (scherza, ndr) L’idea di incontro e l’idea di festa sono fondamentali. All’inizio, quando ancora nessuno ci conosceva come compagnia e non avevamo tanti soldi, abbiamo presentato lo spettacolo Quintetto che prevede sul palco un tavolo, il vinello e il pubblico invitato a bere con i performer.

Sono d’accordo sul recuperare una dimensione festosa. La danza è spesso invasa da una cupezza che non le appartiene e che la rende distante dal pubblico, noiosa. Anche nel tuo lavoro Questo lavoro sull’arancia si può notare il gioco instaurato tra performer e spettatore, un gioco che riesce a far divertire il pubblico ma anche a farlo riflettere su alcune dinamiche sociali e culturali. Possiamo riscontrare queste fasi anche nella struttura del T*Danse?

Sono previsti vari incontri: con Simone Pacini che presenterà il suo libro Il teatro sulla Francigena, con Paul Carter per approfondire il significato di performing art. Tra questi cito anche il talk che ho organizzato con Francesca Fini, Enrico Montrosset e Valeriano Gialli, su artisti e curatela. Ci chiediamo come gli artisti che organizzano una manifestazione culturale siano influenzati dalle loro stesse poetiche e dalle produzioni che hanno in mente. Questo lavoro sull’arancia, per esempio, svela il mio pensiero sul pubblico, su come debba essere il gioco teatrale e su come immagino la relazione, il rapporto di potere con lo spettatore. Il festival riflette gli stessi principi, è un’opera d’arte collettiva. Come direttore artistico cerco di creare un’esperienza arricchente, critica, che metta anche in difficoltà, ma che sia soprattutto festosa. Sono convito che sia possibile fare discorsi sopra i massimi sistemi anche in maniera divertente e appassionante. L’arte non è la performance, l’arte è l’esperienza, il modo in cui viene esperito uno spettacolo.

Alessandra Corsini


Scopri il programma del T*Danse

 

 

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