Van Dormael / De May: COLD BLOOD, o dell’ironia della sorte.

È buio. Avete gli occhi aperti ma non vedete nulla. State ascoltando una voce che, calda, vi accompagnerà lungo un viaggio fumoso e surreale. Cold Blood, visto al Festival Aperto di Reggio Emilia, si preannuncia come un lavoro sulla morte, cinico e visionario come nel precedente Kiss & Cry, ideati dallo stesso duo composto dal regista Jaco Van Dormael con la compagna e coreografa -nonché fondatrice di Rosas insieme ad Anne Teresa de Keersmaeker- Michèle Anne De May,  dove il tema principale era invece l’amore e le sfumature che questo può avere nelle fasi della vita.

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Foto di Julien Lambert

Con lo stesso meccanismo di riuscitissima sintesi di danza, drammaturgia, arte della miniatura e cinema, un team perfettamente sincrono di artisti e tecnici mette in scena – con set a vista e mani protagoniste – sette tipi di morti, tra imprevedibili, sospette, cliniche, silenziose, apparenti, morti di noia, morti eroiche ed erotiche, morti metereologiche, etc… Piccoli quadri sulla fine, come ce la aspettiamo e come forse realmente e oggettivamente è. La morte -qui- «è pensata abbastanza bene».
Ma Cold Blood non è uno spettacolo sul mistero del trapasso: celebra le forti emozioni e quelle più banali, tra il passato della vita e il silenzio della scomparsa, lontano da toni patetici o perentori. Gioca sull’ironia della sorte con un freschissimo humor e con una complessità drammaturgica che lo eleva dallo spettacolare lavoro precedente. Geniale nelle soluzioni miniaturistiche e nelle transizioni tra una morte e l’altra, dal trapano con piumini da pulizie per un car washing in azione o un piano sequenza alla Wes Anderson lungo corridoi di casa con ritratto di mani, lo spettacolo non si preclude alla presenza del corpo dei suoi attori e danzatori nella loro integrità, che in questo secondo lavoro  vagano sul palco in costume insieme a operatori di camera e tecnici di scena.

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Non si sprecano omaggi al mondo della danza ma sopratutto al cinema, come le sottovesti di una memorabile Pina Bausch, il Bolero di Bejart con un citazionismo minuzioso nella gestualità, o come il tip tap frenetico a due dita à la Ginger Rogers e Fred Astaire, o ancora 2001 – Odissea nello Spazio, capolavoro di Stanley Kubrick. Cold Blood è anche quel sangue freddo della macchina da presa, museo della memoria di tutte le vite artistiche che non ci sono e non ci saranno più, come l’attore celebre, il regista geniale, il drammaturgo suicida e depresso, il musicista eroinomane… Personaggi che continuano a vivere grazie alla magia e illusione del piccolo o grande schermo.
Sulle note di Space Oddity si conclude questo viaggio interstellare, un sogno a occhi aperti dove il Grand Control è quello della macchina teatrale, generatrice di visioni oniriche e caleidoscopiche, di vite e rinascite, che ci ha portato a riflettere sulla caducità del nostro tempo tra sorrisi e tenerezze. Conterà fino a tre, e al tre saremo tutti nuovamente vivi.

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Jaco Van Dormael e Michèle Anne De Mey. Foto di Julien Lambert

 

Teatro Cavallerizza, 27 ottobre 2018
Alice Murtas

 

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