Festa e condivisione ad Aosta. Note dal T*Danse

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#fomo – The fear of missing out, Hungry Sharks

Festa e condivisione ad Aosta.
Note dal Festival T*Danse

Un tramonto rosa, il sole tiepido, le ombre dei pendii, il cemento dell’autostrada (la più costosa d’Italia come ha voluto precisare con rammarico il mio host Paolo) che stona con la limpidezza dei corsi d’acqua. Così è iniziato il mio viaggio verso il Festival T*Danse – Danse et Technologie che ha sede ad Aosta, una città tanto suggestiva quanto isolata, celata dalle Alpi. Affascinate, a tratti misteriosa, Aosta con i suoi abitanti si è mobilitata dal 14 al 21 ottobre per accogliere nella Cittadella dei Giovani artisti italiani e internazionali legati alla danza, ai nuovi linguaggi contemporanei e alle nuove tecnologie.
Un viaggio verso un festival ancora giovane ma che alla sua terza edizione già riempie il Teatro della Cittadella e coinvolge la gente del posto, dai ragazzi dell’alternanza scuola-lavoro ai 30 aostani che per l’occasione aprono le porte delle loro abitazioni per ospitare artisti, operatori e giornalisti. Più che un festival il T*Danse può essere pensato come uno spazio di condivisione, in cui è possibile vedere da vicino l’impegno e la cura degli studenti che aiutano gli artisti nell’allestimento delle performance o lo staff della biglietteria per l’accoglienza del pubblico, l’inevitabile scambio che avviene con gli host, la vita nella Cittadella dove è possibile leggere un libro su un divanetto, suonare un piano, mettere musica, bere una birra, incontrare gli artisti, gli organizzatori, i docenti, i giornalisti, i direttori artistici Marco Chenevier e Francesca Fini.

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Ciak, 7-8 chili

Si nota subito il lavorio di una manifestazione culturale che se da un lato tenta di crescere ogni anno proponendo la nuova e giovane danza nazionale e internazionale (includendo anche altri linguaggi e ricerche artistiche sperimentali) dall’altro è riuscito sicuramente a creare delle basi che ambiscono a formare un pubblico partecipativo che veda anche il “dietro le quinte”, che si lasci coinvolgere non solo nell’organizzazione ma anche nei workshop tenuti dalle compagnie ospiti aperti a tutti senza limiti di età e ai Laboratori Civili che includono giovani, adulti e stranieri.
Due giorni in questo piccolo “villaggio” posizionato vicino all’Arco di Augusto, ai lasciti romani che caratterizzano Aosta, in cui la quiete mattutina si alterna al brulichio di gente che anima le sere della Cittadella.

Mi ritrovo ad assistere al workshop della compagnia fiorentina Sotterraneo, a un training che ha visto un anziano signore scuotere la testa sulle note di Chop Suey! dei System Of A Down e le facce grottesche dei partecipanti cambiare a ralenti mentre dalle casse scorrono le parole dell’aria Lascia ch’io pianga.
Vado al bar, prendo un caffè e mentre riguardo il programma su un divanetto mi fa da colonna sonora Halleluja nella versione di Jeff Buckley suonata da un ragazzo al piano. Contemporaneamente nel cortile inizia l’istallazione/performance di Paul Carter, No Man is an Island: Swim to Me, durante la quale uno studente dell’alternanza scuola-lavoro spiega pazientemente al pubblico come interagire con gli oggetti di scena.
Ritorno al bar dove intanto ci si incontra per discutere sugli spettacoli della sera prima tra cui Ciak del collettivo romano 7-8 chili: una parodia sui classici del cinema in cui la scena diventa set per la creazione di un film ironico, grottesco, proiettato in presa diretta su grande schermo.

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Elusive Balance, OZmotic

Torno a casa col mio host Paolo, parliamo, ci confrontiamo. Ci accoglie sua moglie, le parliamo del festival. Paolo dice che la danza è come lo sci: “Ci vuole baricentro”. Sua moglie incuriosita dall’arte in generale vorrebbe ci fossero più iniziative culturali, che si potesse fare di più in Valle d’Aosta: “Nonostante il turismo, la regione risulta isolata e soprattutto presenta molte difficoltà nei collegamenti per la carenza dei mezzi di trasporto pubblici”. Prima di darci la buonanotte, continuiamo a parlare ancora un po’, io consiglio gli spettacoli da guardare e loro i posti vicini da visitare. La mattina prendiamo il caffè insieme. C’è il sole, avrebbe dovuto nevicare. Paolo indica il Monte Bianco e mi racconta i mutamenti della sua vetta: “Per quanto risulti affascinante, la sua metamorfosi mostra con evidenza i cambiamenti climatici”.
Esco, attraverso il corso della città. Passo dalla maestosa Porta Praetoria. Mi avvicino ai negozi dove è possibile degustare deliziosi prodotti gastronomici valdostani. Riconosco l’Arco di Augusto e arrivo in Cittadella.

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#fomo – The fear of missing out, Hungry Sharks

Con #Fomo – the fear of missing out degli Hungry Sharks inizia l’ultima serata del T*Danse: un lavoro che porta il teatro-danza urbano sul palco soffermandosi sulla relazione tra quotidiano e virtuale, tra individuo e tecnologia. Lo spettacolo pone una riflessione sulla nostra realtà e la sua aleatorietà cogliendoci come protagonisti quando le luci illuminano i volti della platea o amplificano le ombre, la vuotezza dei corpi, sulle pareti. Gli espedienti di illuminotecnica sorprendono, la tematica incuriosisce ma ci si chiede se sia giusto limitare nella scatola scenica generi di danza come l’hip hop, il breaking, il freestyle, nati negli anni 70 con le feste di strada, e quale potrebbe essere la via opportuna per portarli a teatro senza spersonalizzarli troppo.
Elusive Balance del duo OZmotic continua la serata: una perfomance in cui perdersi nei versi prima biascicati poi impazziti di un sassofono, nei suoni elettronici e nei visul vorticosi proiettati sul fondo del palco. Ipnotizzante, immersivo, Elusive Balance ha il potere di accompagnarci delicatamente in altre dimensioni sonore, in altri mondi visuali che riescono a stimolare nuovi immaginari.

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Melting Pot, Marco Torrice

A concludere il T*Danse Melting Pot di Marco Torrice, coreografo italiano stabile a Bruxelles: un esperimento in cui spettatori e nove danzatori (tra cui lo stesso Marco) si mescolano nello spazio della Sala Expo della Cittadella. Una performance che parte piano, da un canovaccio coreografico, da codici che a poco a poco vengono frantumati dall’improvvisazione, dall’esplosione di energie che colpiscono i presenti fino a farli unire in un’unica danza comunitaria immersa nei suoni elettronici del DJ Rafael Aragon e nelle luci soffuse, blu elettrico, rosse, viola, stroboscopiche. Melting Pot si trasforma in una discoteca, in una festa, in uno spazio di condivisione in cui liberarsi, librarsi nelle elettricità dei corpi, nel vortice dei movimenti, nel turbinio delle sensazioni, rispecchiando l’animo di un festival che vuole urlare: “Laissez-moi danser!”.

E tornando a casa riattraverso la stessa autostrada, gli stessi pendii con la luce mattutina. Ripenso agli ultimi due giorni del festival, riguardo gli appunti, riapro il programma. Cerco di ripercorre la mia esperienza all’interno di questa “piazzetta”, della Cittadella dei giovani, in cui si è sentita un po’ la mancanza della danza stessa, forse, un po’ svantaggiata così posizionata tra performance più mature e più vicine al teatro e alla musica. Ma allo stesso tempo il T*Danse conferma per il terzo anno un entusiasmo coinvolgente, appassionante: un festival destinato a crescere sia nella sua struttura che nella sua proposta culturale.

Alessandra Corsini


T*Danse, 14-21 ottobre 2018, Aosta

www.tidaweb.net

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