Debutta “Joie de vivre”: intervista a Simona Bertozzi

Provocatoria e meticolosa, l’indagine sulla felicità di Simona Bertozzi è alla base della nuova creazione Joie de vivre, prossima al debutto venerdì 14 e sabato 15 dicembre al Teatro Storchi di Modena sotto la produzione di Emilia Romagna Teatro Fondazione e Fondazione Teatro Comunale di Modena. Un lavoro che si insinua tra le pieghe del tema sulla ricerca della felicità e sul processo di questo raggiungimento, a partire dallo stato di disorientamento e dolore generati dalla sua assenza.

 

Compagnia Simona Bertozzi - Nexus Joie de vivre - foto di Luca Del Pia (4)
ph. Luca Del Pia

Joie de vivre: espressione celebre dall’esplicito riferimento alla felicità. Se ripercorro i tuoi lavori precedenti penso più a parole come fragilità, scomposizione, technè, stupore, meraviglia e mi riferisco anche al recente lavoro Poem of you sulla poeticità del movimento con giovani richiedenti asilo del gruppo africano Marewa. Come sei giunta al tema complesso della felicità? È forse un’ultima tappa di un unico percorso?

Ho pensato a questo titolo mentre leggevo e mi ha subito catturato pur sapendo – e questo mi piace – che sarebbe stato provocatorio in un contesto di creazione di detriti e inquinamento. Intendo dire che, tendenzialmente, si è portati a pensare a visioni antropomorfe universalmente necessarie di quello che è un concetto di vitalità, con risoluzioni più o meno prevedibili o modalità rasserenanti e di benessere. Il problema che mi sono posta è invece la dinamica di resistenza e di proiezione di questa pulsione alla joie de vivre, intesa come forza vitale e propulsiva che richiama un atteggiamento biologico e fisiologico che lascia dei residui e un senso di usurpazione. Parliamo di una dimensione gioiosa e visionaria che non per forza raggiunge un risultato o una risoluzione. Il concetto di felicità, come dici tu, è vasto, elaborato lungo i secoli e non definitivamente decifrato. Nel tempo sono state aggiunte riflessioni senza mai giungere a conclusioni o possibilità di forma e chiusura. È per questo che il sottotesto vegetale cui mi sono ispirata risulta essere un riferimento fondamentale in questo studio sulla vitalità, cioè sull’esuberanza, resistenza e propulsione, parole chiave del lavoro come anche il concetto di forming, ovvero brulicare, continuare a produrre e a setacciare, piegare, frantumare e destabilizzare. Tutti questi elementi continuo a portarli con me dagli altri lavori, ma trovano qui una loro altra e ulteriore modalità di ricerca del movimento. Per me Joie de vivre non è su qualcosa ma cerca di far accadere qualcosa, mantenendo di fatto la posizione della singolarità sempre in un contesto universale più ampio, in una dinamica di ostinazione e sfruttamento, perché di questo si tratta: la felicità è sfruttamento.

Una dichiarazione forte, quasi paradossale. Mi ricorda il libro L’arte di essere felici del filosofo francese Piere Zaoui…

Quando parlo di sfruttamento intendo dire che la pulsione alla felicità incontra elementi organici e inorganici e dal momento in cui vado alla ricerca di un qualcosa sfrutto al massimo tutto il territorio che ho intorno, producendo elementi di scarto lungo il cammino verso l’obiettivo. Ecco che allora dentro al lavoro, questa ricerca gioiosa della vitalità è stata imperfetta, legata alla possibilità di produrre sostanze funzionali ma anche inefficaci. Ho letto molto di Pierre Zoui e della sua riflessione sul rapporto tra felicità ed eventi traumatici come la morte e la malattia, aspetto che mi ha interessato meno rispetto al tema sul dinamismo della tendenza all’essere felice, condizione raggiungibile secondo lui attraverso due possibilità: la ricerca volontaria, quindi proiettandoci con ostinazione verso uno stato gioioso, e la sorpresa e lo spiazzamento. Nel riconoscerla infatti, la felicità diventa nuovamente proiezione della pulsione o al contrario, qualora diventi un risultato raggiunto e facilmente spiegabile, si rischia di perderne interesse. Sia Zaoui che Deleuze sono state letture sostanziali per passare alla condizione più fisica e dinamica anche in relazione allo spazio, permettendomi di tracciare coordinate importanti che ho cercato di declinare nel lavoro e che spero possano avere una loro dimensione di esistenza e di necessità, prescindendo da quelle che sono state le mie impressioni iniziali. Zaoui è sicuramente presente anche a partire dalla citazione che ho voluto riportare “La vera felicità rappresenta il grande dilemma se non di tutti, quanto meno dei più saggi” in cui la domanda che ci si pone è come spazio, tempo e anatomia siano impiegati in questa ricerca della felicità.

Compagnia Simona Bertozzi - Nexus Joie de vivre - foto di Luca Del Pia (6)
ph. Luca Del Pia

Hai accennato prima a un sottotesto vegetale. Infatti, tra le note della presentazione dello spettacolo, dici che la composizione gestuale condizionata dalla relazione con luce e suono ha un’origine vegetale o almeno trae ispirazione da questo universo. Parliamo di un riferimento al sistema di vita biologico o alla struttura anatomica vegetale o, ancora, alle radici?

La dimensione vegetale e l’arte della botanica sono entrate nel concreto del lavoro come condizione sensoriale. Ho letto Verde Brillante di Stefano Mancuso in cui emerge che l’intelligenza del comportamento dei vegetali è documentata proprio dalla loro capacità percettiva: sentono, vedono ascoltano, toccano esattamente come noi ma con una serie di presupposti fisici e biologici diversi. Le radici per nutrirsi esplorano l’oscurità ed elaborano strategie su come non impattare nella roccia. Vedono con occhi che non sono i nostri, ma coinvolgono tutto il corpo. Quindi, sfuggono la luce per crescere radici verso il basso e al contempo la parte aerea che si sviluppa verso l’alto con l’arborescenza che percepisce anche i piccoli movimenti dell’aria e i volumi. Oltre la luce, ci sono le vibrazioni del suono: ci sono studi che dimostrano che le piante crescono diversamente se vicine a fonti sonore, come nel caso dell’esperimento della viticultura toscana con le musiche di Mozart. Vibrazione e luce captate dalle piante influiscono nello sviluppo con una diversa tattica di aderenza territoriale, quindi anche in dialogo con il mondo animale. Mi sono domandata come possiamo argomentare l’animalità che è insita nella nostra postura e nel DNA, e come possa emergere da meccanismi propri invece dei vegetali. Le piante sono di fatto gli organismi più diffusi e longevi del pianeta, mostrano strategie di territorialità e sopravvivenza esemplari riuscendo ogni volta a creare condizioni necessarie per una crescita-caduta-rinascita e continui cambiamenti di stato.

Come hai declinato questo studio sull’universo vegetale nel tuo alfabeto coreografico?

Avevo molta voglia di orientarmi verso una dimensione di ricerca che partisse da presupposti diversi dopo Prometeo, l’attenzione alla techne e alla produzione di un alfabeto così vicino all’industriarsi e dare forma. Volevo aprirmi a una dimensione diversa sull’emergenza del comportamento e tattiche immediate, e sulla produzione dello scarto. L’aspetto sensoriale delle piante ha mosso una ricerca sostanziale nel mio lavoro e un campionario di immagini che hanno accompagnato, orientato e sostenuto la composizione coreografica nel suo crescere, strutturandosi poi in modalità più o meno leggibili. Sicuramente questa propulsione fornitaci dall’universo vegetale a disorientare i nostri sensi, la nostra modalità immediata di entrare nel movimento e nello spazio, ha prodotto segni del corpo che spero nel lavoro complessivo mantengano il presupposto della visione sempre sul punto di sbilanciarsi in qualche modo, non appoggiarsi e non deglutire completamente il blocco energetico generato.

Compagnia Simona Bertozzi - Nexus Joie de vivre - foto di Luca Del Pia (3)
ph. Luca Del Pia

In scena avremo quattro danzatori professionisti con una solida tecnica, provenienti da percorsi differenti, ma insieme a te hanno lavorato anche diverse personalità che tornano, come Enrico Pitozzi e Francesco Giomi. Ci sono poi i costumi e il canto armonico difonico con Giovanni Bortoluzzi e Ilaria Orefice: una polifonia di elementi articolata che, ti chiedo, come hai orchestrato? Quale è stata la prassi di lavoro per una creazione collettiva come questa?

Maturato questo pensiero, mi sono confrontata con Enrico Pitozzi che ha trovato subito agganci al suo immaginario. Al contempo sapevo di voler coinvolgere Francesco Giomi con il quale sto portando avanti un percorso da tempo. Abbiamo dialogato su questi macroterritori di indagine, sul mondo vegetale e la propulsione vitale, sulla polifonia di comportamenti e la necessità di trovare strategie di crescita e generazione. Francesco Giomi mi mandava le prime tessiture musicali in base a iniziali suggestioni mentre tenevo audizioni a Bologna e Londra, dove ho incontrato i quattro danzatori. Nel tempo, gli elementi hanno preso concretezza attraverso keywords e impressioni personali e corali sulla modulazione del lavoro con un aggiornamento costante ottenendo consensi e suggerimenti. Con Katia Kuo, docente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, come accaduto con set luci e design spazio, dopo un primo confronto abbiamo pensato a dei costumi che contenessero il movimento, anche quando questo è assente. Volevo mantenere una sorta di aria intorno ai corpi, anche se sottoposti a sospensioni e instabilità, con costumi che non presentassero geometrie nette e che allo stesso tempo superassero i limiti delle anatomie, in maniera differente per ogni danzatore, non chiudendo completamente il corpo dentro involucri. C’è chi ha alcune parti in evidenza, chi altre. Diversamente, per i cantanti abbiamo cercato di creare un’opposizione, dal momento che producono una materia diversa di suono e appoggio del movimento. I loro costumi hanno geometrie e colori più netti per meglio definire questa contrapposizione.
Come accaduto in passato, step by step, incrociando e mescolando le visioni, sono entrate le specificità dei diversi ruoli, sempre con un’apertissima circolarità che pian piano ha stratificato il lavoro. Mi piace lavorare così, senza netti confini e credo che sia ciò che rende forte questa squadra di progettazione con cui da un po’ di tempo condivido pensieri e creazioni.


Alice Murtas

Vai al link per maggiori info

Ideazione e coreografia Simona Bertozzi
Danza Wolf Govaerts, Manolo Perazzi, Sara Sguotti, Oihana Vesga
Canto Giovanni Bortoluzzi, Ilaria Orefice
Musica e regia del suono Francesco Giomi
Dramaturg Enrico Pitozzi
Set e luci Simone Fini
Costumi Katia Kuo
Foto e video Luca del Pia

produzione ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione | Fondazione Teatro Comunale di Modena | Associazione Culturale Nexus

Con il contributo di MIBAC | Regione Emilia Romagna | Fondo Regionale per la Danza d’Autore

Con il sostegno di Fondazione Nazionale della Danza – Aterballetto | l’Arboreto Teatro Dimora di Mondaino

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