Incontri ravvicinati del terzo tipo. Un’intervista a Fabrizio Favale

FB_IMG_1539517551834
Autunno, Boscovivo, Argelato, ph. Paolo Cortesi

Incontri ravvicinati del terzo tipo. Un’intervista a Fabrizio Favale

Danza e paesaggio sono i mondi da cui parte Fabrizio Favale; Le stagioni invisibili, ciclo coreografico infinito è invece il terreno in cui il coreografo fa incontrare queste due dimensioni. Un progetto speciale nato grazie all’appoggio della stagione teatrale Agorà che anima l’Area Metropolitana di Bologna coinvolgendo i teatri della provincia e che, per l’occasione e per questa terza edizione, esplora luoghi nascosti, fascinosi, trascinando il pubblico in zone sconosciute e inconsuete. Quattro tappe scandiscono il ciclo naturale delle stagioni. Quattro performance che stravolgono l’ordinario schema teatrale creando una sfida per gli spettatori e i performer della Compagnia Le Supplici che si approcciano e si confrontano con spazi naturali, agricoli e industriali. Ce ne ha parlato meglio l’ideatore e coreografo Fabrizio Favale.

Come nasce il progetto Le stagioni invisibili e come si sta sviluppando sul territorio bolognese?

Volevo provare a realizzare delle creazioni in spazi agricoli, contadini, mondi che mi hanno sempre affascinato. Non ci sono mai state però occasioni per metterle in scena, soprattutto non ci sono mai stati interlocutori e sostenitori abbastanza folli da buttarsi in un progetto del genere, difficile da piazzare nel mercato dell’arte teatrale e coreutico. È una sfida, qualcosa che va completamente inventata. Infatti saltano tutti i meccanismi classici e burocratici di messa in scena. Se devo essere sincero non pensavo di proporlo a qualcuno, perché nella mia testa la pensavo più come un’avventura selvaggia: partire con un camper, individuare un posto, fare un tour sulle Alpi, montare delle coreografie site specific. Era un desiderio più che un vero e proprio progetto.
Poi ho incontrato Elena Di Gioia, direttrice artistica della stagione teatrale Agorà, per parlare di un possibile intervento all’interno della programmazione. Quando ha iniziato a parlarmi della Bassa Bolognese per me è stato impossibile non pensare ai campi arati! (sorride, ndr). Per cui abbiamo iniziato a confrontarci e si è innescato un meccanismo molto potente in cui invenzione e progettazione si sono intrecciati perfettamente trovando, dunque, il modo di poter realizzare questo mio desiderio.
Autunno, la prima delle quattro tappe che scandiscono le stagioni, è andata in scena lo scorso ottobre riscontrando successo, contro ogni aspettativa se pensiamo per esempio che si è svolta in una zona di Argelato difficile da individuare. Speriamo di avere la stessa affluenza di pubblico per il secondo episodio, Inverno, che andrà in scena sabato 22 dicembre nell’impianto industriale di Concave a Castel Maggiore (ore 15, bus 92 fermata Cave) che verrà aperto eccezionalmente al pubblico.

IMG-20181219-WA0005
Concave, Castel Maggiore

Avete appunto utilizzato degli spazi particolari a cui il pubblico non è abituato: come sono stati selezionati?

Cercavamo dei posti rappresentativi della Bassa Emiliana e, dunque, qualcosa che rappresentasse nella sua varietà questo paesaggio. Siamo rimasti folgorati in modo particolare dalle Cave di Castel Maggiore, un luogo artificiale un po’ alieno, quasi lunare, che dà un senso di straniamento… L’idea non è scovare dei posti difficili, ma scoprire la caratteristica principale sia a livello immaginativo che a livello paesaggistico. Cosa pensiamo quando siamo in questi luoghi? Quali sono le suggestioni scaturite da questi spazi?
L’avevamo immaginato come un evento unico, ma in verità sono arrivate altre richieste da parte di vari enti e al momento ci stiamo preparando per svilupparlo anche nel territorio marchigiano. Abbiamo accolto la proposta proprio per approfondire la nostra ricerca, se vogliamo, agreste per trovare ciò che può apparire, per confrontarci con le tradizioni del posto. Non ci interessa vendere l’idea, già lontana dalle dinamiche di mercato per la sua singolarità: vogliamo “entrare” nei paesaggi, metterci in relazione con la natura, con posti ancestrali, misteriosi, in cui bisogna sempre andare a indagare per conoscere ciò che non è così alla luce e così tracciabile, per scoprire l’invisibile. Proprio da questo concetto nasce il nome del progetto.

Come si è sviluppata quindi la tematica delle stagioni, il ciclo continuo, perpetuo, che si lega a danza e paesaggio?

Cerco di farmi influenzare da ogni stagione, da ogni singolo luogo e da ogni singola situazione climatica. Il sottotitolo, Ciclo coreografico infinito, rimanda alla peculiarità delle stagioni che potenzialmente si alternano di continuo.
È un lavoro molto impegnativo, cangiante, che trasformandosi sempre risulta anche eccitante e stimolante. Per me la danza in un paesaggio agricolo è un’apparizione che dà suggestioni immediate, un po’ come Incontri ravvicinati del terzo tipo (ironizza, ndr): il pubblico si imbatte in danzatori in calzamaglia e con maschere ancestrali della cultura pagana, figure ibride tra l’animale e l’umano che creano spaesamento e meraviglia. C’è una distanza tra la danza, sfuggente ed effimera, e le attività ripetitive e schematiche dell’agricoltura. Il lavoro dei contadini segue il ciclo naturale dei germogli, della maturazione, della meteorologia, mentre il movimento coreutico è qualcosa che appare e scompare non permettendoci di sapere quando potrebbe riapparire. Ed è proprio questa ciclicità, in un caso quotidiana nell’altro imprevedibile, ad accomunare due mondi opposti e lontani rendendoli fascinosi ed estranianti. Accade qualcosa di inaspettato, fuori dagli schemi, come un’eclissi o un forte temporale.

FB_IMG_1539517557961
Autunno, Boscovivo, Argelato, ph. Paolo Cortesi

A proposito di temporali, le performance si svolgeranno a prescindere dagli agenti atmosferici…

Vorremmo stabilire una complicità, un legame col pubblico affinché questo evento possa realizzarsi. Un patto in cui tutte le parti si impegnano a partecipare anche in caso di neve o pioggia per scoprire cosa può succedere. Inverno sarà difficile a causa delle temperature: abituati al comfort teatrale, danzatori e spettatori dovranno adattarsi all’ambiente e alle circostanze.

Che tipo di training ha dovuto intraprendere la compagnia per prepararsi a questo tipo di performance?

Ci siamo subito resi conto che questi spazi sono davvero sconfinati, abbiamo dovuto aumentare il numero dei performer per migliorare l’impatto con l’ambiente. Non escludiamo di lavorare con un solo danzatore. In questa fase stiamo procedendo per grandi numeri per permettere al pubblico di girovagare e attraversare diverse tappe in un percorso itinerante.
Il training è cambiato tantissimo perché appunto ci si ritrova a dover muoversi per esempio tra le zolle dei campi arati. In Autunno abbiamo dovuto trovare degli espedienti che possiamo definire buffi… Gli spettatori avanzavano e i performer creavano di continuo nuovi scenari muovendosi velocemente con le biciclette da una zona all’altra. Una maratona! Insomma con questo progetto è cambiata qualsiasi strategia teatrale.

FB_IMG_1539517540181
Autunno, Boscovivo, Argelato, ph. Paolo Cortesi

Le Supplici nascono a Bologna nel 1999. Com’è cambiata in tutto questo tempo la tua ricerca coreografica?

La compagnia nasce da una mia esigenza. A un certo punto della mia carriera di danzatore, sentivo di aver finito una fase che aveva bisogno di evolversi. Iniziavo a sentirmi insoddisfatto, cercavo qualcosa di nuovo. Le Supplici nascono sotto un profilo sperimentale. Non ci siamo mai adeguati alle regole del mercato. Passavamo moltissimo tempo in sala a fare ricerca e a poco a poco ci siamo strutturati. L’anno scorso siamo stati alla Biennale de la Danse de Lyon conquistando grossi riconoscimenti sia per la compagnia che per la mia attività di coreografo, mentre quest’anno siamo stati prodotti dal Teatro Nazionale di Chaillot di Parigi.
In verità creo anche tanti lavori minori che non sono destinati a palchi così grandi; l’approccio sperimentale che ci caratterizza da sempre continua a far crescere la nostra indagine e a donarci nuova energia e nuovi stimoli.

Ci sono delle figure che hanno influenzato questo cambiamento radicale della tua ricerca e che ti hanno portato fuori dalla consueta scatola scenica?

Ci tengo a dire che il progetto Le stagioni invisibili è dedicato a Ermanno Olmi: il mio punto di riferimento, il mio maestro invisibile. Sfortunatamente non sono mai stato un suo vero allievo. Olmi è stata una figura chiave e continua a risuonarmi nella mente influenzando il mio linguaggio e il mio immaginario.
Anche quando mi approccio a lavori più astratti c’è sempre un elemento che evoca la sfera agricola, forse sono legato a questa dimensione perché i miei nonni erano contadini. Un aspetto che ha evidentemente preso più spazio ne Le stagioni invisibili, percorso che mi ha permesso di costruire il mio parco giochi, un parco in cui vado alla scoperta di cose incredibili.

Alessandra Corsini


Per maggiori info:
www.renogalliera.it/agora
www.associazioneliberty.it

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...