Sull’appagamento dei sensi: Spacewalk di Michele Rizzo al Live Arts Week

Un’ampia sala avvolta da un’opaca luce rosa, un meraviglioso spazio della Galleria p420 di Bologna: al centro due danzatori, uno di fronte all’altro già in movimento ripetono ritmicamente una sequenza coreografica composta da piccoli e precisissimi gesti, guardandosi sempre fisso occhi negli occhi.

Come in uno stato di trans Michele Rizzo e Valerio Sirna danzano all’interno di un percorso ben definito, come fosse il modellino architettonico di uno spazio in costruzione, creato da forme geometriche bianche.

foto Live Arts Week 2019 - MIchele Rizzo - Spacewalk _ph. Luca Ghedini_5119
Questa una prima visione che compare agli occhi dello spettatore in Spacewalk, performance di Michele Rizzo, coreografo italiano basato ad Amsterdam, con il bravo danzatore Valerio Sirna, e presentata in prima nazionale a Live Arts Week, festival di arti performative, curato da Xing, che ha preso vita a Bologna dal 4 al 13 aprile scorso.
Il lavoro, che segue Higher, progetto ispirato alla club culture, costituisce il secondo elemento di una trilogia, conclusa nel 2019 con Deposition.
Anche qui l’elemento performativo indossa i tratti di una danza estatica, che nella sua ripetitività, con cui si sposa il bel lavoro sul suono di Au†ismo, cresce delicatamente in un incrementare di piccoli e poetici dettagli, senza esplodere mai, e rimanendo come protetta e custodita all’interno del corpo dei danzatori.
La performance vive su due piani, in continua tensione tra loro: da un lato la tecnologia e il suo strettissimo legame con la nostra mente e dall’altro l’umanità che viene fuori dai corpi.
foto-live-arts-week-2019-michele-rizzo-spacewalk-_ph.-luca-ghedini_5054.jpgSembrano due avatar, Rizzo e Sirna, inseriti in una realtà trasformata, come all’interno di una grande macchina, sono manovrati e a loro volta manovratori, padroni ma anche posseduti, spinti verso una ragione altra. Allo stesso tempo con la semplice forza dello sguardo i due comunicano come solo l’umano può fare: il continuo confronto dei corpi, la frontalità, l’osservare i gesti l’uno dell’altro, cercando di seguirli, assecondarli, seppur con una fluidità differente, rende la loro sintonia e attrazione profondamente umane e poetiche.
Michele Rizzo riesce a cogliere e mostrare ciò che sembra essere una costante delle nuove sperimentazioni tecnologiche e informatiche: un’incessante e prepotente attaccamento all’emozione umana, che, apparentemente celata sotto la perfezione della macchina, affiora sempre e sembra porsi anche come l’obiettivo delle ricerche sulle trasformazioni possibili: non è forse l’appagamento dei sensi ciò che desideriamo? E non è forse la reale capacità di emozionarsi di un robot la sfida maggiore che ci si pone nell’IA?

 

Silvia Mergiotti

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