Tra forme ibride e grottesche. Intervista su Harleking di Enrico&Ginevra, ospiti di Interplay

Inizia oggi, martedì 21 maggio 2019, il festival torinese Interplay a cura di Mosaico Danza. A inaugurare la ricca e internazionale programmazione composta da performance e spettacoli in prima nazionale e non, indoor e outdoor, incursioni urbane e conferenze, sarà il doppio appuntamento al Teatro Astra dalle ore 20 con Harleking di ENRICO&GINEVRA e Brother di MARCO DE SIVA FERREIRA.
Abbiamo chiesto al duo italo-berlinese Panzetti/Ticconi che aprirà la serata qualche nota sulla loro poetica e modalità di scrittura coreografica, particolarmente espressiva e influenzata da riferimenti iconografici dell’arte visiva, con alcune curiosità sulla loro esperienza artistica in Italia e in Germania.

Schermata 2019-05-21 alle 15.11.47
Ph. Dieter Hartwig

Entrambi avete danzato, studiato e vissuto in Italia e in Germania. Avete notato qualche differenza tra l’approccio creativo della danza italiana e quella tedesca?
Ginevra ha vissuto a Lipsia dove ha studiato arte dei media ed Enrico ha studiato danza e coreografia a Berlino dove vive tutt’ora. Conosciamo soprattutto il mondo della danza a Berlino, che rispetto alla Germania ha una specificità tutta sua: è una città molto internazionale che negli anni, attraverso le contaminazioni culturali di altre realtà come quella statunitense o nordeuropea, ha costruito un’identità sempre meno tedesca e più eclettica. L’istituzione della Inter-University for Dance and Choreography (HZT) di Berlino ha dato un contributo importante con la creazione di un polo artistico e creativo di riferimento per la danza di ricerca in Europa. Questo ha portato a una grande aggregazione di danzatori e artisti del movimento a Berlino, collaborando allo sviluppo di una comunità molto solida e a un riconoscimento da parte delle istituzioni pubbliche. Quello che purtroppo manca in Italia è l’istituzione di scuole di formazione di danza contemporanea che abbiano questo respiro internazionale e professionale. Forse anche perché la Germania beneficia della solidissima tradizione e della storia della danza espressionista? Al contrario, abbiamo noi una storia molto più recente che ci ha fatto accorgere tardi dell’importanza di una formazione istituzionale nel campo coreutico? Forse..
Inoltre, quello che manca in Germania è una rete istituzionale sul piano di distribuzione e dialogo tra istituzioni di diverse città. Purtroppo la scena berlinese non è assolutamente connessa con il resto delle altre realtà tedesche e viceversa. Questo fa sì che gli artisti berlinesi rimangano molto spesso “confinati” nel loop di produzione di lavori solo per il pubblico della propria città. In Italia invece si sta sviluppando una rete molto più unita e articolata.

Si potrebbe parlare della presenza di una sfida con lo spazio e con voi stessi, di prove di forza nei vostri spettacoli? Penso ad esempio all’azione di spostamento del punto di vista ideale del giardino, simbolo del piacere e di relazioni armoniche che avete attivato in Le Jardin, direzionando l’attenzione piuttosto verso il danneggiamento antropocentrico che colpisce la natura… 
In Le Jardin abbiamo indagato il giardino come luogo simbolico che ha in sé un aspetto contrastante, una frizione tra spontaneità e controllo in rapporto al dato naturale. Nella simbologia del giardino come luogo ideale, legato al tempo libero e contemplazione, si vive un desiderio di voler rievocare una dimensione armonica tra uomo e natura, che richiama chiaramente l’archetipo del giardino edenico. Nella realtà della progettazione del giardino però, si palesa un esercizio di controllo sulla natura, che viene plasmata secondo un gusto che non le è proprio. Ecco che quindi il luogo del piacere può facilmente trasformarsi in luogo di dominio della forma e del territorio, in cui vengono disegnati e stabiliti limiti e confini da proteggere e difendere a costo di esercitare il controllo con violenza.

Schermata 2019-05-21 alle 15.41.29.png
Ph. Sandro Moscogiuri

Questa è la prova di forza in cui si immergono le due figure in Le Jardin, continuamente stimolate da un luogo che da paradiso idilliaco si rivela essere un inquietante campo di battaglia. Anche in altri lavori esiste una tensione tra le immagini, i performers – noi stessi e lo spazio, in quanto ci interessa spesso indagare le dinamiche di potere, il corpo e le sue simbologie legate al potere, al territorio e alla conquista dello spazio.

 

Il titolo iniziale di HARLEKING era Square: piazza, un luogo di comunicazione, una tematica ricorrente nei vostri lavori. Come e perché HARLEKING, figura ambivalente e ibrida, tra Arlecchino e il re, ha fatto irruzione nel vostro processo di ideazione artistica della performance?  
Sì, questa tematica ricorre spesso nei nostri lavori, sin dagli inizi. Alle origini della fase di ricerca che ci ha condotto ad HARLEKING, ci stavamo confrontando sul tema della comunicazione massmediatica, sulla fluidità dell’attuale sistema di comunicazione per il quale spesso i messaggi si confondono, rendendo difficile la ricezione e il discernimento dei contenuti. Abbiamo pensato di indagare il luogo della piazza come simbolo dell’incontro fisico all’interno della struttura urbana, dove si sviluppa la comunicazione tra individui. Strada facendo il fuoco della ricerca si è spostato dal luogo fisico della piazza, all’individuo che la abita, scegliendo di approfondire le facoltà comunicative ed espressive del corpo. Abbiamo attinto al codice della commedia dell’arte, al suo carattere iper-espressivo e di seguito al personaggio secondo noi più emblematico tra tutte le maschere, che è Arlecchino: un servo. Ma tutta la sua furbizia è messa in moto dalla brama di potenza e una perenne fame che gli muove un desiderio incontrollabile verso ciò che manca. All’origine etimologica del suo nome troviamo, inoltre, un paradosso etimologico: è Helle König, ovvero “re dell’inferno”.

Schermata 2019-05-21 alle 15.13.18
Ph. Dieter Hartwig

In HARLEKING c’è il ricordo di un’antica decorazione muraria, la Grottesca e sono presenti figure mostruose, a loro volta grottesche. Da che intenzione nasce la vostra capacità – o volontà – di “muovere il riso pur senza rallegrare”? Vorreste trasmettere qualche percorso o emozione in particolare?
“Muovere il riso pur senza rallegrare” è la spiegazione enciclopedica di ‘Grottesco’. Questo aggettivo deriva dalle antiche decorazioni murarie a cui facciamo riferimento in Harleking, le Grottesche. Queste antiche decorazioni sono state un’importantissima scoperta nel Rinascimento, ritrovate per la prima volta a Roma alla fine del ‘400 in una grotta (da qui il nome), che in realtà erano gli scavi archeologici della villa neroniana. Presentavano una particolare caratteristica che era quella di passare in maniera molto fluida da elementi architettonici a figure antropomorfe, e poi ancora da elementi animali a forme vegetali e animali. Il tutto creando un metamorfico gioco di passaggi tra bellissime volute ornamentali e figure mostruose. Creando un genere di decorazione che proponeva un gusto per le figure ibride e ambigue in cui a seconda di dove si andava a posare lo sguardo si poteva scorgere il mostruoso oppure il gradevole. È proprio questo aspetto di fluidità dei significati all’interno di un unico sistema di segni che ci interessava sviluppare in Harleking. Nella coreografia, l’impianto grafico di questo tipo di decorazione influenza il carattere espressivo, ma anche formale-strutturale del movimento.

 

Schermata 2019-05-21 alle 15.13.07
Ph. Dieter Hartwig

Utilizzate spesso un linguaggio fatto di opposti, tra staticità (mi riferisco al video Megallo Busz) e movimento, con riferimenti alla violenza e al potere (per esempio con il personaggio di Arlecchino). Come avete declinato lo studio delle Arti Visive, della gestualità mimetica e quello della storia nella vostra opera?
Nel nostro lavoro c’è spesso un riferimento iconografico forte. Per sviluppare un’opera, partiamo frequentemente da un archivio di immagini che rimangono saldi punti di riferimento nel percorso per muovere i primi tentativi. A volte le immagini sono state usate come modello assoluto per generare il movimento, instaurando un processo mimetico di riproduzione delle immagini stesse. Soprattutto nell’approccio coreografico e di sviluppo del movimento adottiamo spesso un processo di imitazione e appropriazione di figure storiche, iconografiche del passato che possano aprire un immaginario comune e stimolare una riflessione sul presente.

 


Mikaela Moisio

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...