Interplay – Daily, diario di un festival

21 maggio 2019 – Teatro Astra

La giornata di martedì, a Torino, inizia col sole. Una luce che accalora e che illumina i sorrisi di chi, scorgo intorno a me, attende fuori dal Teatro Astra l’inizio di questa nuova edizione di Interplay Festival con un anticipo quasi disarmante.

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Un pubblico numerosissimo, per la maggior parte sui 30 anni, che rivela una certa gioia nel ritrovarsi, nel ritrovare la danza. Ad accoglierci è uno staff altrettanto giovane e gioviale, entusiasta e persino appassionato, che non è cosa da poco. Brucio rapida la mia rituale sigaretta e mi preparo ai due spettacoli che aprono la serata: ancora sorrisi. O meglio, risate. Ginevra&Enrico ci dimostrano quanto sia esplosiva l’espressività del volto di un uomo, la  gestualità, la sua arte in quanto artificio. Una danza che non si prende sul serio, che svela trucchi malefici e tecniche mistiche, e che deride ogni tentativo di austerità con la beffa. Harleking è un gioco coreografico raffinato e manieristico, ispirato all’arte visiva e alla commedia dell’arte, che manipola gli opposti: il riso e il dramma, la schiavitù e il dominio, la pietà e lo scherno. Applausi frastornanti da una platea sold out.
Seguono intervallo e breve aperitivo, mentre tra un post e live stories ancora ripenso a quell’iconica immagine diabolico-ironica di Arlecchino, ambiguo fool estremamente sincero e umano, come il gruppo di danzatori che guidati da Marco Da Silva Ferreira irrompono sul palco per concludere con Brother la serata. Hanno il volto pitturato di giallo, come sette abili mimi da strada, o una vandalica crew degna del film The Warriors. Un continuo evolversi del tessuto coreografico si sviluppa attraverso corse, ritmi, variazioni e sequenze fuse tra loro dalla naturalezza del muoversi insieme: una ricerca coreografica a tratti tribale e carnevalesca che anche qui manifesta il meccanismo del gioco esasperante e dello scherzo delirante con sette “personaggi” dalle più disparate fisicità che si divertono a mostrare tutto ciò che può un corpo.

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22 maggio 2019 – Centro Commerciale Parco Dora e Galleria Noire

Il primo colore di questo mattino è il giallo: risplende sulle lenzuola che mi avvolgono dopo una notte di pioggia, ritorna nei volti dei danzatori di Brother che ho sognato come idoli d’oro, nei bus con cui percorro le strade trafficate di Torino. Raggiungo il Centro Commerciale Parco Dora e uno squarcio di luce nelle prime ore del pomeriggio brucia l’asfalto della piazza interna, asciugando le poche gocce di pioggia rimaste.

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La locandina del festival, col suo giallo sgargiante mi attira verso il punto di raccolta dove ci attendono le performance di Interplay diffuso: la prima, Between Separation, esito del laboratorio di Lucia Moretti con le danzatrici di NOD-Nuova Officina della Danza, sembra esplorare le reazioni umane nella solitudine e nella relazione con il gruppo con una scrittura coreografica elaborata e profondamente femminile, contraddittoria a momenti nei suoi slanci poetici e nevrotici.La seconda, A peso morto – solo di Carlo Massari della C&C Company, riflette con sguardo tenero, talvolta ironico, sulla percezione di chi il corpo non lo vive più con la stessa forza e disinvoltura. La rugosa maschera da anziano che indossa si scontra con le pulsioni emotive, i ricordi di giovane età, l’energia custodita da un corpo in cui sedimentano memorie, esperienze, saperi. Schermata 2019-05-27 alle 19.18.51Illuminati da un ultimo raggio di sole che risplende sulle loro maglie bianche, i giovani danzatori del laboratorio Il Corpo Intuitivo chiudono la prima parte della serata con Studi su Pastorale, a cura di Daniele Ninarello il cui linguaggio coreografico e ricerca artistica traspaiono fin da subito per complessità e armonia. Ad attenderci poi nella Galleria Noire, dove sono esposti alcuni ritratti di Lou Reed, è Cristina Kristal Rizzo che presenta una delle trasposizioni di ULTRAS – Sleeping Dances, onirico lavoro che vanta la possibilità di declinarsi per performer solista e gruppo, qui in versione solo – proprio con lei. Modulabile, adattabile e osservabile da più punti di vista per lo spettatore che condivide con lei lo spazio, la performance della Rizzo in parrucca bionda, camicia bianca e jeans a zampa è un crescendo circolare atto a manifestare un senso di rigenerazione in cui protagonista non è l’estetica ma i meccanismi interiori e “internati”,segregati nel nostro subconscio come i fluidi che il corpo non sa trattenere nella sua metamorfosi. Una danza senza sosta, se non nel singhiozzare sincopato di uno sfogo nel pianto e nel respiro che l’artista prende fuori scena, un attimo prima di scuotere lo spazio con un entrata rimbalzante come in estasi, liberata, rinata, ricolma di quell’energia pura che solo l’autenticità e limpidezza di movimento della Rizzo è in grado di emanare in modo così diretto e inconfondibile.

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23 maggio 2019 – Lavanderia a Vapore

Il bus tarda. Le prime gocce di pioggia e qualche starnuto alla fermata. “Scusi potrei…?”, le cedo il posto soffiandomi il naso. Riesco ad arrivare al meraviglioso spazio della Lavanderia a Vapore in perfetto orario, nonostante il traffico e la lunga fila in farmacia per delle miracolose pasticche al propoli. Mando giù e inizio la fila per lo sbigliettamento quando si forma proprio davanti a me un cerchio di ragazzini di neanche 13 anni. Tutti in maglia rossa, emozionati, tenerissimi. È il coro CanTorini, della Scuola Media Calvino Verdi dell’I.C. Tommaseo di Torino, che apre le danze con due canti di tradizione ebraica e albanese: un bel modo per coinvolgere i più giovani e avvicinarli alla danza internazionale. Seguono due brevi performance di un quarto d’ora l’una, entrambe di giovani autori, Fabio Liberti e Greta Francolini.
Schermata 2019-05-27 alle 19.28.49Il primo lavoro Don’t, kiss parte dalla mozione del bacio come slancio, trasporto, scoperta. Come metafora dell’attaccamento e dipendenza. Due interpreti dall’interessante presenza e pulizia di movimento con qualche riserva nella struttura coreografica che si sviluppa a singulti lasciando in bocca un sapore acerbo al termine di quel bacio. Stessa sensazione lascia Ritornello, con un senso di disagio generazionale post ’90s, tra silenzi confusi e azioni incerte. Un lavoro giocato con meccanismi espressivi stereotipati sulla solitudine e insicurezza adolescenziale.
A passo ben più sicuro, il pubblico numeroso di spettatori e operatori si lancia verso il buffet al calar del sole offerto all’esterno della Lavanderia: un momento piacevole in cui si mescolano sinceri abbracci, convenevoli, commenti e assaggi. L’umore cambia. E a rallegrarlo, oltre alle bollicine dell’aperitivo è Forecasting con una straordinaria Barbara Matijevic. La performance nata insieme a Giuseppe Chico, vede in scena solo lei, un computer e un amplificatore. Un’esperienza ibrida, come cita il programma, composta da un raffinatissimo e sarcastico montaggio audiovideo tratto da una raccolta varia e bizzarra di tutorial scaricati da youtube.

Dallo spoiler di un libro all’uso di un dildo, dalle ricette per torte alla preparazione di una pistola o un’ora di terapia sonora contro l’insonnia con primo piano di asciugacapelli vintage a velocità media: Barbara si muove nello spazio con puntigliosa cura interagendo con le immagini come fosse loro estensione fisica. In questo gioco dissacrante, semantico e rappresentativo, forse un po’ troppo dilatato e uniforme, emerge il disarmante distacco emotivo con cui alcuni utenti nel mondo virtuale mostrino se stessi e le loro passioni o manie, facendo del web una raccolta differenziata di scarti quotidiani pronti al riuso. Emblematica la frase di una ragazza dopo giorni di snervante bricolage ricurva su un teschio di paillettes che conclude: «l’unica cosa che mi incoraggia ad andare avanti siete voi utenti, vi amo tutti. Continuate a guardarmi».
Chiude la serata il quartetto femminile Goblin Party con Silver Knife: un lavoro completo e complesso che unisce danza contemporanea e ibrida con la parola recitata e cantata. Un gorgoglio di emozioni e nevrotici squilibri repressi da una società e contesto scuri, opprimenti, coreografati con un’impeccabile regia su corpi tanto minuti, delicati e raffinati quanto espressivi. Unica nota: la presenza di sottotitoli con traduzione al testo coreano avrebbe forse sostenuto la potenza e comprensione del lavoro.

24 maggio 2019 – Polo del ‘900 e GAM

Una giornata dedicata ai festival, al loro attuale ruolo, funzione e caratteristica nella contemporaneità. Il venerdì di Interplay si apre al Polo del ‘900 con un dibattito a più voci presieduto dalla direttrice di Mosaico Danza, Natalia Casorati, e da Fabio Acca che ha coordinato il consistente numero di ospiti.  Il titolo Antenne del Contemporaneo lascia emergere quella che Acca definisce l’azione intrinseca e antropologica del festival con le comunità di riferimento sia artistiche che territoriali -in quanto mezzo recettore e di trasmissione dell’arte, sottolineando l’avanzare di una nuova funzione distributiva che sta forse appesantendo e deformando l’immagine con cui questo tipo di offerta culturale è nata. La parola stessa festival diventa per molti dei presenti oggetto di discussione, dalla più comune concezione di rito celebrativo collettivo – dunque politico, etico ed estetico – alla rivendicazione dell’eccezionalità dell’evento e quindi della responsabilità socio-culturale di diffondere innovazione, apertura al confronto e diversità con un necessario spazio di manovra indipendente e libero. Limiti, restrizioni e pressioni economiche e politiche sono risultati essere, per i più, motivanti e spronanti verso una maggiore creatività, uno sguardo attento sugli stakeholder (pubblico, istituzioni e altre realtà artistiche) e verso il consolidarsi di forti reti nonostante il pessimistico accordo comune circa l’eccessiva normatizzazione delle burocratiche modalità di domanda di finanziamento, che addirittura penalizzano i festival che agiscono nella gratuità e facile accessibilità per il pubblico, richiedendo paradossalmente un’identità sempre più liquida capace di amalgamare discipline differenti ma al contempo di auto-etichettarsi con deprezzante rigore.

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Sotto un cielo grigio e minaccioso, ci spostiamo poi alla GAM- Galleria d’Arte Moderna di Torino per assistere a due incursioni urbane firmate da artisti spagnoli che ritroveremo anche il giorno dopo. Il duo de La Intrusa piomba nel cuore del semicerchio che il pubblico, non scoraggiato dal maltempo, forma intorno a loro lasciandosi ammaliare dall’energia delle due giovani perfomer. Si scontrano, si sfidano e dialogano con linguaggi diversi: dal rap al voguing, dalla danza contemporanea all’acrobatica anticipando il virtuosistico lavoro che è Agua, quasi un richiamo all’uggiosità della giornata con cui Chay Jurado sembra entrare in simbiosi attraverso un ascolto amplificato del contesto da cui è avvolto. Noi, i rumori che giungono dalla strada, il suono della pioggia; tutto va a costruire la chiara struttura coreografica fatta di sospensioni e abilità acrobatiche proprie della streetdance.

25 maggio 2019 – Piazza Vittorio Veneto di Torino

Torino ci saluta con una serata di pioggia anche questo sabato, ma fortunatamente regala un’oretta più secca proprio tra le sei e le sette, giusto per i blitz metropolitani. Oggi ci portano in Piazza Vittorio Veneto. Sono arrivata un po’ in anticipo e sentivo l’elettricità dell’eccitazione e dell’entusiasmo tra gli artisti e lo staff organizzativo. Due di loro spazzavano i ciottoli per evitare che i danzatori si ferissero. Tra i blitz odierni Billie Jean e Agua, che abbiamo visto ieri, ma anche CARONTE / AD ASTRATTI FURORI What’s up che hanno in comune un potente lavoro di attrazione e repulsione con il suolo, un controllo totale dello spazio e un mondo che svelano intorno a noi attraverso la loro espressività e coreografie molto fisiche.fullsizeoutput_1ea3
Con Billie Jean, La Intrusa opera nel sottile confine tra l’ossessione di esporsi e quella di indagare la vita degli altri, e nella necessità di preservare e nascondere una propria intimità non del tutto perfetta. Due ragazze che sembrano a volte sorelle a volte nemiche si affrontano: una parla al microfono mentre l’altra danza come se le parole influissero direttamente su i suoi gesti.
Agua si costruisce attorno a una musica sperimentale che suggerisce il suono dello scorrere dell’acqua. Jurado inizia con una sorta di prologo, una “prodanza”, in cui lascia spazio all’improvvisazione: imita un piccione che si trovava lì provocando risate e sorrisi fra il pubblico. Poi la sua danza si fa ritmata. Segue il tempo e i suoni della musica. I suoi gesti evocano la fluidità dell’acqua e le sue fluttuazioni involontarie come in preda alla corrente, mostrano una precisione acuta e forte padronanza del corpo veicolando un movimento leggero e raffinato.
IMG_6975Dopo pochi secondi si passa a CARONTE/AD ASTRATTI FURORI, “la ferocia illuminata” di Stellario Di Blasi, che ci fa vedere un personaggio impegnato nel suo compito di nocchiero dell’Ade, con una goccia di preoccupazione che ne impregna il viso, come in attesa di uno scontro. La musica dolce ci culla delicatamente mentre il performer Danilo Smedile, Caronte, si muove come un ninja con il suo bastone, agitato nei suoi gesti ma concentrato nella sua interiorità.
What’s up di Ella Rothschild per NOD, l’ultima pillola di danza, è costituita da dodici donne che si muovono insieme come un coro della Grecia antica. La coreografia fatta di accelerazioni, espansioni e andirivieni si svolge su una musica dolce con suoni di sassofono che mi avvolgono e accompagnano pian piano nell’ambiente misterioso e fumoso di un jazz bar americano degli anni quaranta, creando un’esperienza multisensoriale.

27 maggio 2019 – Casa del Teatro

Arrivo in tempo per spizzicare l’aperitivo dedicato al pubblico e catapultarmi a pancia piena nella sala della Casa del Teatro, piena anche quella. Il primo spettacolo di stasera, Bermudas_Tequila Sunrise, complessa e matura opera di Michele di Stefano/MK, inizia con due ragazze che si esercitano sul palco. Entra un performer: anticipa ogni suo gesto definendo la formula di cui si compone tutto lo spettacolo: “largo, lungo, rovescio e lato”. A questa si aggiungono variazioni, cambiamenti di ritmo, entrate e uscite dei danzatori.  Fendono lo spazio con le braccia, corrono e girano su loro stessi. Entrano sul palco sempre da sinistra, quasi come il moto di un’onda, intrecciandosi talvolta ma senza mai toccarsi. Evocano un caos sistematico, come quello della natura, con gesti puliti e armonizzati. Il programma di sala promette musica caraibica ma quella che sentiamo è piuttosto tecno-elettronica: ricorda i The Knife. Una luce calda, arancione e gialla, esplode sulla parete bianca del fondo. I danzatori vestono casual: shorts, leggings e t-shirt, tutti di colori diversi. D’improvviso un cambio luce: l’ambiente si fa più freddo e opprimente con riflessi blu e bianchi, sostenuto da una musica ipnotica.

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Ph. Roberto De Biasio

D’un tratto tutto si ferma e rimane solo uno dei danzatori al centro del palco. Indossa blue jeans, maglietta nera con brillantini e calzini rossi. Alza lentamente le braccia al cielo, si inchina come in riverenza, poi mani dietro la nuca e inizia a ondeggiare il corpo. Porta una mano alla bocca e ci dedica un bacio.  Infine tornano tutti i danzatori, vorticosi e all’unisono, mentre la scena si riempie di fumo. Come fosse un caldo sole, una luce color zafferano modifica ancora una volta l’ambiente, creando silhouettes in perpetuo movimento come un cielo alle prime luci del mattino. Forse alle Bermuda…
Cicale e grilli, come nei prati. Immersa in un curato panorama sonoro, Francesca Foscarini gioca con i riflessi di uno specchio che punta violentemente sui volti degli spettatori. Lo lascia sulla ribalta e uno scatto con la testa sancisce la fine della musica. Si butta per terra, si rialza con le ginocchia piegate, tendendole e srotolando la schiena vertebra dopo vertebra, mentre sentiamo il parlare ebraico di una giovane donna. Tornano versi di uccelli e altri animali. Francesca sembra colpire l’aria con la testa e cullare un’essere invisibile, tutta tremante. Gira su se stessa, fa capriole, si porta le mani tra le gambe e poi si accovaccia. Veste degli shorts color carne e una t-shirt scura mentre i suoi gesti sono variegati e a momenti confusi. Si pizzica la faccia, gli occhi e tutto il corpo, cammina sul posto in demi-pointes: si massaggia, gesticola e si schiaffeggia fino a diventare tutta rossa. La musica si spegne lasciando solo il suono degli schiaffi il cui ritmo diventa pian piano più lento. Batte il piede al suolo, grida, sospira e apre la bocca producendo soffi e dando suono all’alito. Fa finta di piangere sul tambureggiare della pioggia, quasi un cliché, che evolve in una voce inglese, forse un film.
E di nuovo animali, bestie feroci, pecore e gabbiani.

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Animale, Francesca Foscarini, ph Andrea Macchia

La danzatrice sembra imitare gli atteggiamenti tipici degli animali che sentiamo: rana, cavallo, uccello, scimmia, etc. Dopo tanta frenesia, lo spettacolo si chiude con il buio e un tempo dilatato; lei si rannicchia e cerca un contatto con lo specchio. Lentamente assume una nudità che non vedremo e la scena sembra impregnarsi di toni drammatici che rimangono nell’oscurità. Forse Animale avrebbe trasmesso più chiarezza con il danzatore per cui è stato creato, Romain Guion – anche co-creatore dell’opera, o forse la sottile ricerca artistica fa qui fatica a emergere, con un linguaggio meno diretto rispetto a quello dello spettacolo visto poco prima. 

28 maggio 2019 – Politecnico di Torino
Questo pomeriggio a Torino il vento soffia come prima di una tempesta. I blitz metropolitani ci hanno portati fino al Politecnico, dove mi invade la sensazione familiare del tumulto dei corridoi universitari. Il cortile è ampio e lo spazio perfetto per le pillole di danza.

img_7134.jpgLa prima è un duo del progetto Los INnato, di Marko Fonseca: Cuento Atrás, conto alla rovescia. La performance sembra procedere per tappe verso la creazione di uno spettacolo: Felipe consiglia Marko, come fosse un direttore di scena, cerca di attirare l’attenzione del pubblico e di accattivarlo, di «cercare posto nella vita e marcare il territorio». L’inizio è teatro-danza: Marko crea e cammina su linee di nastro adesivo. Gira, salta mentre Felipe lo guarda dicendogli cosa fare in maniera entusiasta; somiglia a un coach, gli fa fare flessioni, piegamenti della schiena, gli dice di vendersi e di regalarsi. Poi lasciano esplodere la quarta parete interagendo con gli spettatori, gli “extra”: «soy un esclavo para ustedes». Appaiono buffi ma ogni gesto è millimetrico. Poco a poco la comicità si fa più seria, i movimenti più lenti e un tono più solenne annuncia la fine, composta da una danza di coppia molto fisica fatta di portés, camminate in cerchio l’uno sulla schiena dell’altro. Il tutto su una musica dolce e tenera con toni di arpa. Infine i due performer ci regalano un ultimo sorriso mettendosi un secchio sulla testa su cui incollano smile contento e triste.
img_7166.jpgNella seconda pillola, Where we cannot remain standing, ritroviamo quattro allieve di ottimo livello della NOD la cui tecnica è precisa e matura con la coreografia di Sarah Wong. Vediamo figure statuarie che si muovono su suoni magnetici e di tip tap trasformati poi in una musica acustica e più leggera. È evidente un ricorrente uso delle gambe, le piegano, le ondeggiano, come se una forza esterna le spostasse, toccando una parte del loro corpo che provoca il loro moto.
Segue Studi su pastorale, l’esito del laboratorio permanente Corpo Intuitivo 18/19 di Daniele Ninarello. Un coro di giovani non professionisti effettua sul posto ognuno un proprio movimento su una musica elettronica ipnotica che ricorda i videogiochi d’inizio millennio. Girano poi in cerchio, definendo lo spazio con le braccia senza mai fermarsi e creano moderatamente un tutt’uno armonizzato. La ricerca sul linguaggio è stimolante dal momento che l’individualità riesce a emergere nella coralità.
Dopo gli spettacoli, vedo il pubblico e lo staff dileguarsi rapidamente, con la voglia di festeggiare un po’ gli esiti positivi del festival. Sento da parte loro un’onda di serenità che ha rischiarato con il vento il cielo di questi giorni.

29 maggio 2019 – Casa del Teatro

Elegante in camicia e pantaloni neri, un performer di Opus di Christos Papadopoulos (qui l’intervista approfondita al coreografo), entra sul palco e si sdraia per terra. Nel mezzo della scena un cavo alla fine del quale ciondola una lampadina, spenta. Si alza e inizia a muovere i suoi arti esplorando le possibilità di ogni singola articolazione, come guidato da fili che lo fanno leggermente rimbalzare sul ritmo dei suoni di un violino. Ha la disinvoltura di un robot e si muove come se non ci fosse gravità. I suoi gesti, incollati e sincronizzati con la composizione Contrapunktus 1-Art of Fugue di Johan Sebastian Bach, seguono la musica punto per punto: abbassa la testa, alza un braccio di lato, piega un ginocchio. Entra un’altra danzatrice, si immobilizza. Entrambi i performer sono di spalle. Quando iniziano i suoni di un contrabbasso lei ripete gli stessi gesti del primo e, sul flato, la segue rapidamente un terzo danzatore che ne imita i movimenti alla perfezione. Quarta danzatrice: sassofono. Gli altri tre ruotano verso lei, i loro movimenti e i tre strumenti si accordano e tutti si girano lentamente verso il pubblico. La musica cambia, i loro movimenti si aprono allo spazio circostante. La lampadina si accende. I danzatori sono ai quattro lati del palco ed effettuano gli stessi gesti in coppie, talvolta diversi. Ritornano al centro e la lampadina li illumina, salendo poco a poco verso il soffitto. Si immobilizzano, il tempo si ferma e la lampadina continua a salire…

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Opus, Chistos Papadopoulos, ph Andrea Macchia

Si continua con Cuenta Atrás di Los Innato che, dopo i Blitz Metropolitani/Interplay Diffuso della sera prima al Politecnico di Torino, tornano in replica potenti e ironici negli spazi esterni della Casa del Teatro.

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The Station, Ferenc Fehér, ph Andrea Macchia

Uno spot getta una luce rotonda sul palco e illumina due performer seduti, di spalle. Si alzano e corrono in cerchio circumnavigando la luce. Come accelerati da un software elettronico, si sciolgono in una coreografia velocissima. Il titolo evoca un luogo di incontri, scontri, allontanamenti, ritrovamenti: The Station mostra diverse identità racchiuse nei corpi dei due danzatori, Ferenc Fehér e Dávid Mikó, e ci fa viaggiare verso un’ambiente inquieto, poco rassicurante. La velocità, la meccanicità dei movimenti e i suoni disarmonici accompagnano tutto lo spettacolo come un leitmotiv. Ferenc utilizza spesso il corpo di Dávid come se fosse un giocatolo: scuote, sbatte, ripetutamente la sua anca mentre è sdraiato. Un’immagine reiterata che man mano che si riverbera appare sempre più violenta. The Station, espressivo e fisico, sembra essere un moto continuo che vuole mostrare la trasformazione del mondo attraverso il tempo scandito dal suono di rotaie invisibili… 

30 maggio 2019 – Lavanderia a Vapore

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120gr, Sara Pischedda, ph. Andrea Macchia

Dopo giorni e persino settimane di clima invernale, si torna alla Lavanderia a Vapore. Di un tratto, finalmente, arriva una calda sera sotto il segno della felicità e dell’amore per la danza. Il primo spettacolo, Studi su pastorale, replicato anche nei Blitz Metropolitani, si svolge nel giardino enorme, su una piattaforma di pietra durante l’aperitivo.
La seconda performance, DOCUMENT, di Ivgi & Greben insieme a Balletto Teatro di Torino, inizia con una luce arancione, rivelando le silhouettes dei danzatori attraverso il fumo. Vestono in shorts e top di tessuto cachi e grigio, con grandi buchi. I loro gesti sembrano quasi spezzati, secchi, con trasferimenti di peso da una parte all’altra. Si abbassano sotto le traiettorie di proiettili in tempo di guerra. Proteggono il loro volto con le mani, cadono e strisciano per terra sui suoni di percussioni, come quelli di una macchina. Una sequenza di istantanee: prendono una posa, intricati insieme formano dei tableaux e si fermano. I concatenamenti di gesti sembrano delle frase scritte, degli eventi vissuti. La performance si chiude su un’immagine forte: in slow-motion una danzatrice corre in avanti, come se stesse vedendo una scena terribile davanti a sé e volesse evitarla, mentre gli altri la tengono dalle braccia. Una scena che si scaraventa addosso, sulla pelle dello spettatore…
Nisi Dominus da Vivaldi. Una scrivania. Una fascia di luce. Alexandre Fandard seduto dietro il tavolo gioca con le sue mani e la sua testa, facendole apparire e scomparire sotto la luce, creando forme sottili e sensuali. Solo, in un vortice di visioni e movimenti, il performer si dedica a una strana lotta, tra follia o dolore dei pensieri, sogno e incubo, con luci bianche stroboscopiche che danno l’illusione che i suoi gesti siano più veloci dalla realtà. Some remain so è ispirato da una citazione di Samuel Beckett: “We are all born crazy, some remain so”.
Diego Sinniger de Salas, prova a uscire del circolo formato dagli spettatori, impedito da Kiko López, provocando risate. Siamo di nuovo fuori nel giardino per vedere Liov al tramonto. I gesti precisi e puliti, il duo che interagisce con il pubblico in maniera comica, con una danza di coppia molto fisica fatta di portés, camminate in cerchio in equilibrio sul corpo dell’altro, creano un’eco con il linguaggio dei Los INnato.
120gr. Sara Pischedda. Un vestito giallo fluorescente, come nella copertina del programma del festival. Su rumori di macchine, la danzatrice fa il broncio, batte le palpebre, poi spalanca gli occhi. Accentua le sue forme generose, le curve del suo corpo e passeggia sulla scena ondeggiando le anche. Prende la posa come per un selfie, esagerandola, ironizzando sulla ricerca ossessionata e narcisistica alla perfezione propinata dai social network. Sulla banda sonora, rumori di un camion in retromarcia. Sara cammina verso la sinistra, con un fascio di luce puntato sul suo corpo, togliendosi il vestito in un tempo dilatato. Il suo corpo mi ricorda quelli delle sculture Nanas di Niki de Saint Phalle. In una nudità deserotizzata, inizia a dire la stessa frase in loop, parlando di lei, raccontando piccoli aneddoti con una delicata ironia.

A chiudere il festival, un final party: neon rosa e blu, musica, drink e playlist condivisa, nata dall’unione di brani musicali scelti dallo staff e dagli artisti di Interplay.

Per continuare a festeggiare, non ci resta che aspettare i vent’anni di Interplay, un festival giovane ma consolidato e ormai punto di riferimento della nuova danza contemporanea internazionale. Waiting for… Interplay/20!


Mikaela Moisio & Alice Murtas

 

2 commenti

    • Grazie a te Natalia, siamo felici di aver potuto vedere e seguire il Festival Interplay così da vicino! Non vediamo l’ora di vedere tutte le novità delle prossima edizione 🙂

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