Opus: per una musica incarnata. Intervista a Christos Papadopoulos

Abbiamo avuto il piacere di intervistare il coreografo, ospite di Interplay Festival, Christos Papadopoulos concentrandoci sulla creazione che presenterà domani, mercoledì 29 maggio presso la Casa del Teatro. Con il suo nuovo lavoro Opus, l’artista greco formatosi in Europa conferma il suo interesse nella sperimentazione con la musica confrontandosi con Bach e la sua Arte della Fuga e rendendo visibile il minuzioso lavoro di contrappunto e il divino virtuosismo delle sue composizioni musicali. 

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Ph. Patroklos Skafidas

Etimologicamente la parola “opus” ha due significati: l’opera d’arte e l’opera musicale complessiva costituita dalle produzioni di uno specifico artista. Perché hai chiamato questa creazione Opus?
Questa definizione è qualcosa di così semplice e fondamentale che mi ha attratto profondamente. In Opus provo di investigare la connessione specifica tra corpo e suono e come la vista può aiutarci a percepire la musica in un altro modo. Voglio evitare di interpretare la musica di Bach e al contrario mi piace vederlo come un sistema complesso di suoni. Voglio capire la sperimentazione, analizzarla, lavorarci con impegno e solo alla fine occuparmi di questioni esistenziali. Quindi la parola Opus riflette la semplice e basilare azione di creare qualcosa.

A cosa ti sei ispirato per creare Opus?  Forse è nato a partire dall’ascolto della musica di Bach? Come combini, quindi, musica e danza?
La fonte principale di ispirazione per me è la musica classica stessa. La struttura di questo genere di musica si compone di melodie altamente complesse, linee e ritmi che creano secondo me un senso narrativo e influiscono nella nostra reazione emotiva. Da sempre visualizzo il movimento quando sento musica classica, come uno strano screen saver che traduce suoni in figure e gesti. Quindi ho voluto giocare con questa idea: come indagare la sistematizzazione della musica strumentale e come si possa questa applicare nella forma d’arte assoluta che è la danza. Ho provato a percepire la musica come un sistema complesso di suoni e poi a incarnarli.

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Parli di reazione emotiva… Che spazio occupano le emozioni in Opus? Lavori con qualcuna in particolare?
Al contrario non lavoro per niente con emozioni. O meglio, non è il mio punto di partenza. Credo che un’emozione sia una zona astratta diversa per ognuno di noi, anche se accettiamo di darle un nome condiviso per poter comunicare. Essere triste per te ha un significato totalmente diverso di quello che significa per me. Perciò non ci faccio troppo affidamento. Per me le emozioni sono un risultato che nasce nel pubblico durante la performance e non dall’artista. Direi che mi piace provocare emozioni ma non lavorare con esse.

In un’intervista sul lavoro Elvedon hai detto che tu non interpreti la musica perché sei la musica; come spiegheresti questo concetto?
In Elvedon come in tutta la mia opera la musica è uno strumento di lavoro fondamentale come pure un potente elemento drammaturgico. La musica stabilisce insieme al movimento le limitazioni, il quadro del mondo creato. Appartiene a questo mondo e le stesse regole si applicano al corpo e al suono. Quindi sarebbe come interpretare il nostro battito del cuore. Ma non ne abbiamo bisogno perché siamo il nostro battito del cuore. È là, è vero ed è sicuramente nostro.

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Ph. Patroklos Skafidas


Potresti darci un’immagine del panorama della danza contemporanea in Grecia in questo momento?

È una domanda difficile e non sono sicuro di poter rispondere in modo affidabile. Queste sono giusto le mie impressioni: la danza contemporanea in Grecia è un campo in costante evoluzione. Sta attraversando tempi difficili e ciò ha un costo ma costituisce un beneficio parallelamente. Devi essere coraggioso per fare arte in Grecia. Se lo fai, vuole dire che davvero lo vuoi… Allo stesso tempo il sistema fa lottare gli artisti e qualsiasi tipo di vera sperimentazione. Ci sono danzatori meravigliosi in Grecia, con un livello tecnico molto alto. Ma nel sistema formativo manca un sostegno ai processi creativi.


Mikaela Moisio

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