Who is BOB? La “creatura mostruosa” di Matteo Marchesi a DanzaEstate

Durante la sua residenza artistica presso Sementerie Artistiche in provincia di Bologna abbiamo incontrato Matteo Marchesi, artista associato di ZEBRA – associazione diretta da Silvia Gribaudi e Chiara Frigo, che debutterà all’interno del Festival Danza Estate di Bergamo giovedì 13 giugno con BOB, la sua nuova “creatura” e creazione . Un lavoro sul concetto di borderline, un viaggio sul corpo non gradevole e non gradito…

Chi è Bob?
Bob è una creatura dell’immaginario, e vive nel buio. È una performance che si sviluppa sul confine tra il luogo a cui questa creatura appartiene -che lo nutre e protegge- e il resto, da cui proviene un pubblico di osservatori. BOB è un lavoro nato dal bisogno di indagare questo altrove e confine, che inghiotte o rigetta chi è al limite, o oltre il limite, nella rappresentazione di se’; un luogo che -come uno specchio deformante- ha il potere di mettere in moto qualcosa di profanatorio e liberatorio allo stesso tempo, come un gioco.

bob_marchesi2

Un lavoro cangiante che si evolve forse grazie alla stretta relazione con il costume, fondamentale per la creazione di Bob come essere e come lavoro coreografico?
Amo il costume, l’abito, il vestire e lo svestire e l’avere materia a contatto con il corpo. Lo trovo una porta d’accesso alla quotidianità sociale – cui tutti ci affacciamo vestendoci e svestendoci, e a una volontà di esporre o di coprire, riformare e deformare. Il costume consente un’intimità sensoriale fatta di piacere, disgusto, imbarazzo, seduzione, distacco, legata e influenzata dalle qualità di ciò che è a contatto con la nostra pelle. Il lavoro sul costume mi ha sfidato a riformulare la mia idea di danza e di movimento, dovendo prendere coscienza dei miei stati di presenza nelle varie trasformazioni di Bob, perché fossero quelli a guidare il movimento: capaci di mascherare o mettere a nudo ciò che ci muove. In questo il costume è come la pelle del mostro: un involucro che contiene un’intenzione informale, all’inizio insondabile, che si condensa e trasforma solo quando è parte attiva, come l’immaginazione.

Quello che indossi è un costume in continua evoluzione con delle evidenti influenze di Iris Van Harpen e Leigh Bowery, tra pailletes, aculei, maschera full face…
Van Herpen e Bowery hanno certamente su di me un grande fascino per la capacità di riplasmare materiali che hanno forte impatto e aprono mondi al confine tra il bello e il brutto, tra la misura della grazia e la potenza liberatoria dell’eccesso. E, chiaramente, mi appassionano.  Il design e la costruzione del costume di BOB, che ho realizzato così come un clown crea il proprio make-up, grazie anche al supporto della costume designer Elena Rossi, sono mossi proprio in questo stesso “incubatore” estetico e materico, partendo da un materiale becero, la plastica, e da una sua versione più pop/trash e ambigua, la paillette.

bob_marchesi1

Insieme a Elena, sei praticamente artefice della tua stessa pelle. Quanto secondo te è importante per gli artisti ritrovare una connessione con l’elemento costume? Quanto è utile ritrovare una connessione con l’artigianalità nella produzione artistica?

È stato un processo fondamentale. Dedicarsi all’apparire insieme al fare, al confezionare e manipolare il materiale sono stati strumenti di gioco che mi hanno permesso di riqualificare elementi della danza, e del mio corpo, che sono abituato a concepire in un modo abbastanza codificato, e che non erano a quel modo adatti all’urgenza del lavoro. Indossare un costume significa estendere il proprio potenziale oltre quanto siamo abituati a credere, come per i supereroi, e solo standoci a pieno ci rende più credibili: estende anche una limitazione fisica, nel peso, nell’agio, nell’ingombro, che espone qualità umane che entrano nella tessitura del lavoro, offrendo soluzioni creative e inaspettate. Il fare “artigiano” è conoscere con le mani, gli occhi e tutti i sensi, è un atto di cura che richiede un tempo in cui si maturano domande e visioni. Credo che una buona parte della danza che incontro manchi di una consapevolezza dei codici possibili dell’apparire in scena, forme che proteggono e castigano o limitano nell’incredibile potenza di un corpo che ha il diritto di essere generoso, poetico e politico. Che sia un nudo o un costume barocco, le scelte di questo processo definiscono la pelle del nostro lavoro, un diaframma di accesso importante per chi ci sta a guardare.

So che hai lavorato con i bambini agli albori di questo lavoro…
Sì, il lavoro non appartiene solo alla mia immaginazione. Negli ultimi 2 anni, con il sostegno e la collaborazione di Qui e Ora Residenza Teatrale e del Comune di Arcene, in particolare grazie all’Assessore Giovanna Carminati e alla bibliotecaria Alice Rigamonti, io e il drammaturgo Lucio Guarinoni abbiamo potuto esplorare con un gruppo di bambini e bambine tra i 6 e i 10 anni (gruppo U.R.C.A. -Unità Ricerca Creature Arcene), la natura dei mostri che abitano il paese, e, di riflesso, ciò che ci è richiesto per avvicinarci, conoscerli e scoprire come può esserci utile.
Tutto è partito da un unico mostro, nascosto in un granaio con custode ma anche con un bisogno insistente di uscire allo scoperto. Questa creatura ci ha richiesto il coraggio di andare sulla soglia a parlargli di noi, senza la certezza di essere accolti. Allora ci siamo fatti più abili, ci siamo allenati a usare l’ombra, a creare tane, a fare incontri e a ipotizzare cosa rendesse potenti questi mostri, cosa desiderassero, di cosa avessero fame.

Cosa è emerso da questo laboratorio sul concetto di mostro?
Quest’anno abbiamo capito che i mostri non sono solo ad Arcene, e che ciascuna creatura necessita di un ambiente in cui si possa sentire a suo agio, che rispecchi e compensi la sua natura, che è determinante nell’espressione di se’. Tutto questo ci obbliga a chiederci: come si fa ad avere cura? Tutto quello che abbiamo attraversato è condensato in un libro artigianale fatto di collage, disegni fatti col corpo, testi e appunti che è conservato nella biblioteca di Arcene. Ci sarebbe moltissimo da dire, ma la cosa che trovo più importante è che i mostri sono necessari, ci nutrono con compassione della normalità che a loro manca e che a loro non serve. E se li sterminassimo uno ad uno saremmo sterili e soli, perché chiunque nel buio del proprio mondo sa di essere un mostro. Brutto, incivile e smisurato, e per questo un fedele compagno in prima linea per tutto quello che ancora ci aspetta.

 


Alice Murtas

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...