Per una danza sintetica: intervista a Lara Guidetti. A[1]BIT della Compagnia Sanpapié a MilanOltre

Debutta in teatro A[1]BIT, la creazione coreografica di Lara Guidetti, artista alla direzione della compagnia Sanpapié, che venerdì 4 ottobre sarà presentato al Teatro Elfo Puccini in occasione del Festival MilanOltre. Gentile ed emozionata per questa sfida che la vede creatrice di un lavoro estremamente complesso e ibrido, Lara ci ha spiegato come è nato A[1]BIT, ispirato all’opera dell’artista newyorkese Tristan Perich e manifesto dell’elettronica post-modern, e il focus creativo che lo alimenta sia nelle versioni in urbano che in questo caso in teatro: una sinergia viscerale tra musica, tecnologia e danza che rilegge in chiave moderna la modalità di fruizione degli spazi teatrali.

LARA_GUIDETTI_ph.©PieroGemelli

Come nasce la compagnia Sanpapié e quali sono stati gli artisti e i linguaggi che ti hanno influenzato nel tuo percorso di formazione?

La mia formazione è abbastanza eclettica: vengo dal teatro e prima ancora dal mondo circense, per poi approdare al teatro danza inizialmente come performer e poi da autrice. La Scuola Paolo Grassi è stata l’incubatrice del mio percorso artistico che mi ha permesso di incontrare coloro che mi hanno formata e anche aiutata a esplorare la mia attitudine coreografica e registica, poiché offre un vantaggioso ventaglio di possibilità e conoscenze in fase di formazione. Poi è nata la compagnia grazie a una serie di incontri con persone spesso provenienti dallo stesso percorso, come Marcello Gori, musicista e drammaturg, o per esempio i danzatori Francesco Pacelli, Lara Viscuso e altri. Alla base sta l’idea di una creazione congiunta, coreografica, drammaturgica e musicale, in forma originale, traendo ispirazione da Emio Greco e Peter C.Scholten, Susanne Linke, Lucinda Child. Artisti con cui abbiamo lavorato e che continuano a influenzarmi. Tra gli altri posso citare Bob Wilson, Peter Greenway, Marina Abramovic e la Societas Raffaello Sanzio, che hanno lasciato un’impronta nel passato e nel presente, per la grande capacità di mettere insieme il linguaggio del corpo con quello visuale, con l’ambiente sonoro e gli elementi scenici intesi nella loro pluralità e complessità.

Dando uno sguardo alle vostre produzioni emerge un forte mescolamento di vocabolari, l’ibridazione della danza con la tecnologia e uno sguardo particolare alla videoarte…

La maggior parte dei componenti del collettivo sono danzatori e performer, ma i nostri lavori riescono a comprendere una pluralità di linguaggi. Personaggi, parole, immagini si mescolano ai luoghi, a formati site specific, a spettacoli che, attraverso supporti tecnologici, compongono un’atmosfera cinematografica distante dal teatro e dalla danza tradizionalmente intesi. Il rapporto con la tecnologia è evidente in Memoire, ma non è il solo. Ogni lavoro ci apre delle direzioni di ricerca e sperimentazione che ci portano inevitabilmente verso un linguaggio o un altro.

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Passiamo ad
A[1]BIT, un progetto con una vera e propria sinfonia. Parliamo di una composizione musicale ben definita, articolata in movimenti ognuno con una chiara struttura. Una forma che forse oggi in pochi affrontano a livello compositivo nella danza contemporanea, capita più spesso nel neoclassico o nella 
Postmodern dance. Come nasce?

Il lavoro parte dalla 1bit Symphony, che è un oggetto prima ancora di una composizione musicale: si tratta di un’opera d’arte visuale molto curiosa che ho conosciuto grazie al compositore contemporaneo Carlo Boccadoro. La musica è prodotta, non riprodotta o registrata, da 5 microchip alloggiati nel cache di un cd. Ognuno di questi microchip suona un movimento della Sinfonia a un bit, l’unità minima d’informazione in low quality che dà vita a un suono elettronico e sintetico. Singolare è il fatto che un oggetto così piccolo suoni come un’orchestra: in cuffia il suono è amplificato e ricco di dettagli perché composto da materiale elettronico, mentre se riprodotto in maniera diffusa si ottiene un noise, cioè un suono dilatato. Si parte da un bit martellante, a volte anche molto esigente all’ascolto, per poi arrivare a un’estensione come un mantra.
Ciò ci ha portato a interrogarci sulla relazione che ognuno di noi ha con uno spazio condiviso e con il tempo limitato. 
Abbiamo scelto l’uso di questo dispositivo per raccontare la relazione dell’uomo con la città, da una dimensione individuale, di solitudine e marginalità, fino alla costruzione partecipata di una ritualità condivisa. Ci piaceva l’idea di ricreare quella sensazione strana che a volte nella vita comune proviamo, in cui ciò che accade intorno a noi sembra vada a tempo con quello che stiamo ascoltando intimamente nelle nostre cuffie, come se la musica avesse il connotato magico di muovere la realtà davanti agli occhi dello spettatore.
Nella pratica della performance si attiva un doppio binario: chi segue in cuffia vede la coreografia perfettamente in sincronia con la musica, chi invece non le ha percepisce la sinfonia attraverso i passi, i respiri e il movimento dei danzatori e della città che si muove.

A[1]BIT è infatti un lavoro nato per la città in urbano, per spazi aperti e che dà modo ai danzatori di sperimentare e cimentarsi con luoghi pulsanti e variabili. Come adattate la struttura coreografica agli spazi? C’è una partitura definita o libera interazione? 

La partitura coreografica è costruita in sala con i danzatori a partire dal luogo, dai segni e dai colori, ma anche dal percorso potenziale che il pubblico fa nell’attraversare quel dato spazio. In urbano si raccolgono le informazioni dello spazio, il punto di incontro tra la nostra opera e l’anima del luogo che andranno a comporre un testo che viene registrato e poi narrato allo spettatore per guidarlo. La danza arriva dopo, viene elaborata in maniera precisa perché in sinergia con la musica, ogni volta quindi ricostruita minuziosamente in base alla mappatura dei singoli luoghi.

Ogni movimento ha un connotato stilistico autonomo e differente, come avviene in musica? Esiste un filo conduttore tematico tra i vari brani?

La musica ha una sua evoluzione. La low quality del suono consente di assemblare citazioni a generi musicali disparati, dalla tradizione classica al contemporaneo, da Strauss a Zorne e Glass, come i jingle della Nintendo o dei videogames. Ciò è vicino al tema della città proprio perché connette mondi e nuclei differenti in un’unica sinfonia che ha un andamento. Ogni movimento ha un suo carattere, ma la musica elettronica in questo caso è antinarrativa, esigente all’orecchio, e prevede una progressione che parte da una complessità e pienezza sonora quasi asfissiante a uno svuotamento di ritmi sovrapposti, come una voce unica e fluida; l’idea è quella di passare da uno spazio brulicante di persone, come una Babele contemporanea, per giungere a un luogo sconfinato e arioso. Non riguarda la narratività ma la dinamica, un’osservazione antropologica della relazione tra uomo e città che non si focalizzata su un pretesto narrativo o un’emozione.

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Come si adatterà questo processo a uno spazio chiuso come quello teatrale all’interno di MilanOltre presso il Teatro Elfo Puccini?

In realtà questa tappa era prevista fin dalla nascita della creazione: volevamo invitare il pubblico a incontrare i singoli movimenti con le incursioni in urbano per poi unirli tutti insieme all’interno del luogo teatrale. Questo è un po’ il culmine del progetto: non c’è un adattamento ma una ricostruzione totale, di fatto è un site-specific in teatro. Dopo un anno di ricerca coreografica, grazie a MilanOltre e DANSEHOUSEpiù che hanno sostenuto il lavoro, l’intenzione è di mettere insieme l’intera sinfonia con tutti e 5 i movimenti, originati per spazi esterni, in un luogo teatrale dove la musica non sarà in cuffia ma diffusa. In questo caso non costruiamo i movimenti all’interno della Sala Fassbinder ma manteniamo la struttura originaria che li vede nascere per luoghi dell’undergound come metropolitane e sottopassaggi, e spazi aperti, e messi poi in relazione al concetto di cittadino e urbano. Vediamo il teatro come una piazza, un luogo pubblico e non mero palcoscenico, per fondere la percezione dello spettatore con quella dei danzatori in una condivisione di esperienza.

Come entra in gioco la tecnologia in questo caso?
Utilizziamo tutti gli spazi del teatro che solitamente sono inaccessibili al pubblico, abitati e visti attraverso proiezioni in sala che si mescolano sul palco con la presenza fisica dei danzatori attraverso un sistema di live streaming. La diretta avviene con dispositivi semplici, app e supporti di uso comune, come lo smartphone.
Ma oltre ciò che è il rapporto con la tecnologia, anche l’interazione con il pubblico in sala potrebbe mantenersi forte poiché prende parte attivamente alla performance, esattamente come avviene in esterno. Il progetto è un’indagine sull’inclusività dei luoghi pubblici e condivisi, per cui è sostanziale l’esperienza che fa lo spettatore stando dentro lo spazio della danza.