Juliette: i corpi politici di un’eroina. Intervista a Loredana Parrella

In occasione del debutto di Juliette a Vignola, abbiamo ricostruito insieme a Loredana Parrella il percorso della CIE Twain, tra sperimentazioni e progressive conquiste. La coreografa, danzatrice e drammaturga ci ha raccontato di progetti, visioni registiche ed eroine intramontabili. Juliette sarà anche a Roma, il 16 novembre allo Spazio Rossellini: uno spettacolo dal finale inaspettato, una danza attraverso cui si ripete una tragedia e si compie un riscatto.

schermata-2019-11-13-alle-14.48.10.png

Qual è il tuo rapporto coi danzatori? La tua formazione poliedrica – registica, coreografica e drammaturgica – fa sì che una componente o un ruolo tenda a prevalere?

Certo, questa formula multidisciplinare è la mia particolarità. Ho iniziato dalla danza classica presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma per poi partire a  19 anni  per la Francia con una formazione già abbastanza solida. Da lì  successivamente ho spaziato attraverso vari linguaggi che abbracciavano anche il teatro. Ho incontrato grandi maestri e questo lo attribuisco alla fortuna e all’aver preso dei treni in corsa. Era anche un periodo florido, però bisogna essere molto coraggiosi. La permanenza all’estero mi ha dato la possibilità di incontrare delle compagnie che operavano condividendo progetti tra attori e danzatori: non riconoscevi più da quale dei due trascorsi potessero provenire, e questo è sempre stato il mio obiettivo. Sono tornata per fondare la mia compagnia in Italia e dal 2006 a oggi ho lavorato per ottenere un corpo di danzatori-attori. Alcuni ricoprono più che dignitosamente entrambi i ruoli, permettendomi di lavorare a una drammaturgia complessa e composita.

In Juliette fai una scelta fortemente narrativa in un momento in cui numerose sperimentazioni sulla corporeità si allontanano dall’impianto narrativo. Che rapporto hai con il linguaggio contemporaneo?

Come autrice sono assolutamente libera da qualsiasi stereotipo o moda. Sono un’istintiva e non tradirò mai la mia linea. La sperimentazione è presente, ma rientra in un disegno coerente che narra perché il corpo è narrativo. I miei, sono corpi politici. Chi verrà a vedere lo spettacolo comprenderà che Juliette può essere una delle eroine di oggi. La nostra narrazione fa da stimolo per un viaggio. Secondo me questo è contemporaneo: dare la possibilità allo spettatore di compiere un percorso. Le mie scelte a volte sono anche autobiografiche, ma è un po’ come scrivere un romanzo: quello che c’è sotto non lo sa nessuno, ma viene reso in modo che chi lo legge si senta coinvolto. Questo per me è essere oggi contemporanei.

L’opera Shakespeariana è stata ripresa e rimodellata infinite volte, ma tu le dai un finale completamente diverso: da programma, «sparisce lo scenario della bella Verona per seguire il limbo di Frate Lorenzo». Come hai trasportato il tutto all’interno del linguaggio coreografico?

Il progetto è nato due anni fa. Abbiamo passato un anno di totale sperimentazione in cui insieme agli interpreti si sono creati e definiti i ruoli: ognuno è stato la deduzione logica del proprio personaggio. Questo fa sì che sul palco vediamo dieci persone, dieci corpi reali, veri, che tracciano un percorso. I testi sono stati redatti in maniera estemporanea insieme ad Alexandros Memetaj, giovane drammaturgo e attore protagonista nel ruolo di Frate Lorenzo. Le luci fanno parte del progetto scenico, della visione registica: non sono solo ciò che illumina, ma una struttura che sta dentro al percorso drammaturgico. Per me è importante che chi guarda non sia solo osservatore ma anche partecipante.

 

Possiamo anche bypassare la quarta parete, dopotutto Shakespeare non ha bisogno di reinterpretazioni né rielaborazioni. Io ho voluto prendere spunto da questa tragedia, che ho visto ormai nelle più disparate versioni con tutti i più grandi della danza mondiale. La mia non è Romeo e Giulietta, ma Juliette. Juliette fa una scelta, quella di non uccidersi ma continuare a vivere. La sua morte per me sarebbe un’involuzione, un arresto, che è quello che Shakespeare ha deciso per lei. Oggi questa nostra contemporaneità ha bisogno di maggiore coraggio: non si deve immolare, deve proseguire portando avanti il dolore e prendendosene le responsabilità. Pensa la vendetta ma con un riscatto: dare vita a un’altra generazione dopo di lei.

Invece, la differenza tra i due progetti: Juliette e Juliette on the road?

Juliette on the road è stata una versione site-specific, fondamentale in questo ultimo anno per dare la possibilità a Juliette di abitare luoghi differenti, per rendere il progetto più snello e avere la possibilità di incontrare il pubblico direttamente. A volte stare dentro le quattro pareti non è sufficiente, si devono abitare altri luoghi per nutrirsi. Abbiamo girato molto con Juliette on the road e questa esperienza viene poi riportata nella forma scenica: è lo stesso progetto, ma qui Juliette porta il pubblico all’interno del suo viaggio. Ha sempre avuto un buon riscontro sia da parte degli spettatori che come esperienza.

Cartolina Juliette.jpgDal trailer spicca la neutralità dei costumi, sia dal punto di vista delle tinte scelte che in relazione allo spazio circostante…

Ho lavorato sulle sfumature del colore, chiaramente partendo dal bianco di Giulietta e di Romeo. Non perché bianco e nero fossero degli opposti ma perché l’uno è la deduzione dell’altro. Questo era un mio limite quando ero più giovane: vedere solo bianco o nero. Nella vita ho imparato a comprendere le sfumature, cercando di trasportarle nei costumi, che non sono rappresentativi ; il costume di Mercuzio non è indicativo per Mercuzio, ma è quel personaggio di legatura che starà tra il bianco e il nero. Non c’è prevaricazione ma un equilibrio interno che si riflette sempre a livello estetico e anche drammaturgico, poiché crea i cori. Tutti i personaggi sono anche coro e questo è fondamentale nel bilanciamento generale della narrazione. Da 400 anni i personaggi sono stati coinvolti e obbligati a rivivere ogni volta quella storia perché Juliette ricorda. Questa tragedia si ripete perché non dobbiamo dimenticare. È il passato che ci fa crescere e ci fa andare avanti, e questo lo dico in senso politico. Dovremmo cercare di non essere presi dalle nostre conquiste e dimenticare ciò che ci ha portato fin lì.

La tua visione trascende sia la danza che il teatro, investe la cultura nel senso più ampio possibile…

La cultura è fondamentale per aprire le menti e strutturare domande, anche se forse non può dare risposte. Dobbiamo diffondere la consapevolezza che bisogna porsi delle domande: è così che le menti si attivano e quindi anche i corpi diventano dei corpi pensanti.


Serena Milo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...