Fuori dall’ordinario: al via la rassegna Azioni in Danza. Intervista a Stefania D’Onofrio.

Quali sono le difficoltà nel proporre la danza contemporanea e di ricerca nel sud Italia, in Puglia? Guardando la storia di Azioni in Danza (dal 6 all’8 dicembre), rassegna che da 8 edizioni si svolge a Barletta con il sostegno del Comune e del Teatro Pubblico Pugliese, può sembrare cosa semplice. Una storia che combacia con quella di una donna, di una danzatrice barlettana, che ha voluto creare una “casa” per gli artisti del territorio, uno spazio di condivisione, formazione, in cui scoprire le infinite sfaccettature del linguaggio del corpo. Sto parlando di Stefania D’Onofrio, direttrice artistica, quest’anno affiancata da Sara Bizzoca con la quale, da anni, collabora per progetti di danza sul territorio.
Azioni in Danza, inserita in TOURNEE – Theatres For Tourism Development In Europe, finanziato dal Programma Interreg IPA CBC Italy-Albania-Montenegro, ha saputo farsi strada coinvolgendo artisti pugliesi e di altre regioni italiane, in contesti sempre anticonvenzionali approdando in locali commerciali, sartorie e, negli ultimi anni, nella Chiesa di Sant’Antonio. Abbiamo quindi incontrato Stefania per raccontare, con le sue parole, l’evoluzione di una rassegna ormai appuntamento fisso per gli addetti ai lavori, artisti e appassionati dell’arte del movimento.

Come nasce Azioni in Danza?

Azioni in Danza nasce nel 2010 dal desiderio di coinvolgere gli artisti barlettani che si stavano affermando all’estero. Volevo creare uno spazio per chi come me ha dovuto lasciare la propria città per studiare, dando la possibilità di esibirsi in casa. Nelle prime edizioni ho cercato di raccoglie i giovani talenti del territorio, danzautori che si sono affacciati a un linguaggio corporeo più contemporaneo e di ricerca. A Barletta mancava appunto un contesto alternativo, meno tradizionale, che uscisse fuori dalla scatola scenica del teatro. Grazie al Comune e al Teatro dei Borgia, rinomata compagnia teatrale con sede a Barletta, ho realizzato questo progetto che ha ottenuto un ottimo riscontro e che da qualche anno è sostenuto anche dal Teatro Pubblico Pugliese, permettendo quindi una continuità all’iniziativa.

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Manbuhsa di Pablo Girolami

La rassegna è alla sua ottava edizione. Quanto è stato difficile creare una comunità interessata al teatrodanza e alla danza contemporanea in una città abituata a spettacoli più tradizionali?

Ho lavorato tantissimo, soprattutto perché ho sempre gestito tutto da sola. Per fortuna da quest’anno mi affianca Sara Bizzoca nell’organizzazione. Sì, è stato difficile, ma non dobbiamo dimenticare quanto questo territorio sia fiorente di giovani talenti. In Puglia e a Barletta ci sono le basi, abbiamo una cultura della danza radicata. Molti centri di formazione e molte scuole di danza formano danzatori di un livello piuttosto alto. Ovviamente le mie prime interlocutrici sono state proprio le insegnanti che, con i loro allievi, si sono subito dimostrate aperte a sostenere il progetto.

Ma per aprire le porte a un nuovo pubblico, nelle diverse annualità, si sono susseguite diverse azioni in contesti lontani dalla danza e dal teatro. Per esempio, il ristorante Molo 28, nei pressi del porto di Barletta, si è prestato per la realizzazione di aperitivi con incursioni di danza, appuntamenti che avvenivano ogni domenica e che prevedevano brevi canovacci coreografici che giocavano con le imprevedibilità della serata, improvvisazioni spesso condivise con musicisti e musica dal vivo.

Sono state organizzate mostre itineranti grazie ai partner e ai locali commerciali che appoggiavano il progetto… Siamo riusciti a “invadere” anche una sartoria: Cia Caporusso ha permesso di utilizzare i sui spazi, solitamente utilizzati alla produzione di abiti, non solo per esporre le foto di Gigi Capabianca, che ha immortalato i numerosi artisti passati nelle diverse edizioni della rassegna, ma anche con DJset e momenti conviviali che hanno permesso di allargare la nostra community, ogni anno sempre diversa, ogni anno più sfaccettata. Non c’è più solo il pubblico delle scuole di danza, ma anche quello interessato alla drammaturgia, alla danza contemporanea.

Possiamo dire che col passare del tempo la struttura del festival è cambiata e che non ha mai avuto una location fissa.

Negli anni gli spazi sono cambiati. Abbiamo esplorato la città utilizzando anche il Castello Svevo di Barletta, decidendo poi di restare nella suggestiva Chiesa di S. Antonio. L’idea è sempre stata di trovare contesti diversi da quelli tradizionali. Per me è fondamentale che il territorio esprima le sue potenzialità dando valore alle proprie risorse. Inizialmente ero più orientata agli artisti barlettani, poi ho coinvolto i danzatori pugliesi. Adesso è cambiato tutto, le compagnie sono principalmente italiane e provengono da diverse regioni. In verità questo è stato anche un modo per educare il pubblico che piano piano ha allenato lo sguardo, fino ad aprirsi a diversi generi. Solitamente Azioni in Danza viene riconosciuta come una rassegna di teatrodanza, ma cerco sempre di presentare le differenti espressioni della danza. Propongo artisti che mi piacciono e che potrebbero piacere. Spazio, non per “accontentare” lo spettatore: voglio mostrare quanto sia cangiate il linguaggio del corpo.

Azioni in Danza ospita anche gli artisti selezionati dalla Vetrina Anticorpi XL, azione interna al Network Anticorpi XL che da vent’anni promuove la giovane danza d’autore. Chi sono i protagonisti della rassegna?

Il dialogo con la Vetrina nasce grazie al TPP, un dei 37 partner della rete, che ogni anno ci propone gli artisti selezionati. Per questa edizione ho scelto Atmós di e con Vera Sticchi e Claudia Gesmundo, When I was in Stoccolma di e con Fabio Novembrini e Manbuhsa di Pablo Girolami.
Inoltre, mi piaceva l’idea di arricchire il programma con compagnie più affermate, ormai punti di riferimento per la danza italiana. MK/Michele Di Stefano chiuderà il festival con Biagio Caravano, storico perfomer della compagnia, nel solo Giuda, una lotta contro il tempo in cui lo spettatore ascolta in cuffia diversi universi acustici olofonici, a tratti iperrealistici, a tratti astratti, evocativi di una memoria privata e collettiva. Molto particolare anche il lavoro del Gruppo Nanou, Sport di Marco Valerio Amico con Rhuena Bracci: un’atleta, colta nell’intimità dei preparativi per l’esecuzione dell’elemento ginnico, espone un corpo nella sua fragilità, nell’attimo prima del volo.

Tra le realtà territoriali, Factor Hill con Yellow Limbo di Alessandra Gaeta (da lei interpretato con le danzatrici pugliesi Betti Rollo e Lucia Pennacchia), seconda parte di una trilogia che riflette sulla vita e l’attività delle api.
Le serate del 6 e dell’8 dicembre apriranno le danze due barlettane Francesca Rinaldi con Bagnante e Rossella Somma con Stay, che rientrano nella categoria “dalla scuola al palcoscenico”, ovvero due giovani danzatrici che hanno approfondito gli studi cominciati a Barletta, rispettivamente nelle scuole Spazio Danza e Invito alla Danza, diplomandosi successivamente in strutture rinomate come la Paolo Grassi di Milano e R.I.D.A (Rome International dance Academy).

Non sei solo una direttrice artistica, ma una danzatrice che si è formata fuori dalla Puglia, che ha girato e ha potuto approfondire le dinamiche dello spettacolo dal vivo anche all’estero. Quali sono le difficoltà in Puglia nel gestire e organizzare manifestazioni come Azioni in Danza?

Sento la mancanza di spazi, strutture, teste, capaci di svoltare. Dal punto di vista burocratico è tutto più complicato di come dovrebbe essere: problemi inutili, scartoffie infinite. Con un piccolo investimento e una maggiore sensibilità culturale da parte delle istituzioni si potrebbe facilitare la riqualificazione di alcuni spazi inutilizzati, la fioritura di molte realtà. Abbiamo tanti talenti, tanti artisti, tante menti aperte e preparate, perché non dargli una “casa”? È curioso constatare come Barletta (e la Puglia in generale) sia diventata una fucina di viaggiatori, di appassionati, di persone che amano conoscere, accogliere ed esplorare. Forse è arrivato il momento di permettergli di avere anche i mezzi opportuni per beneficiare di proposte culturali che vadano fuori dall’ordinario, nei mondi inesplorati della propria terra.

Alessandra Corsini

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